Il Sacro Libro di Ermete
Estratti dall’opera: Meditation on the Tarot: A Journey Into Christian Hermeticism, London 1982 – Trad. dall’inglese, adattamento e note di Daniele Duretto
Lettera X
Ma torniamo al mondo del serpente. L’aspetto generale più caratteristico di quel mondo è l’avvilupparsi, mentre l’aspetto generale più caratteristico del mondo creato è il dispiegarsi, il fiorire e l’irradiarsi. Quindi il cervello e l’intestino nel regno animale sono dovuti all’avvilupparsi; le foglie, i rami e i fiori sono espressioni della tendenza opposta nel regno vegetale. Così, per esempio, il fogliame è il “polmone” della pianta, che si irradia e si apre all’Aria; mentre i polmoni umani e animali sono fogliame avviluppato. O un altro esempio: il sole è in uno stato di radianza, mentre i pianeti sono in uno stato di condensazione, cioè di avviluppamento.
Queste due tendenze hanno le loro designazioni tradizionali. Esse sono “luce” e “oscurità”, rispettivamente radiazione e avviluppamento. È il motivo per cui il Vangelo di Giovanni, nel descrivere il dramma cosmico, dice:
E la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno ricevuta
Kai to phos en te skotia phainei, kai he skotia auto ou katelaben
Et lux in tenebris lucet, et tenebrae erant non comprehenderunt
— Giovanni 1:5
Ou katelaben … non comprehenderunt – questo ci dice che la luce non è afferrata dal vortice dell’avviluppamento e non ne era oscurata, ma splende nelle tenebre. È la quintessenza del Vangelo, la “buona novella”.
Quindi il sole e le stelle stanno ai pianeti (inclusa la Terra) come la luce sta all’oscurità. E nel microcosmo, il sistema dei “fiori di loto” sta al sistema delle ghiandole endocrine come la luce all’oscurità. Perché i “fiori di loto” sono, in sostanza, ghiandole fiorite, mentre le ghiandole sono “fiori di loto” avviluppati. Le ghiandole endocrine sono, nel microcosmo, i precipitati dei “fiori di loto”, proprio come i pianeti sono i precipitati delle “sfere planetarie” nel macrocosmo o sistema planetario.
Ora, il mondo del serpente è quello dell’avviluppamento. Il serpente si morde la coda formando il simbolo del cerchio chiuso. L’avviluppamento totale corrisponde all’inferno o allo stato di completo isolamento.
Ma un avvilupparsi completo o un completo isolamento non è mai accaduto nel mondo. La storia della cosiddetta evoluzione “naturale” traccia un quadro di tentativi successivi – nessuno dei quali ha avuto successo – che mirano a stabilire attraverso il completo avviluppamento un organismo vitale con una coscienza totalmente autonoma, e che non cada nella follia. Non è l’atomo un’entità prodotta per avviluppamento, autonoma e indipendente? Ma gli atomi si associano tra loro a formare molecole! Quindi la molecola è un’entità non autonoma? Beh, le molecole si associano tra loro in misteriose fratellanze vitali che chiamiamo “cellule organiche”. Poi ci sono le innumerevoli associazioni di molecole nell’organismo … la storia dell’evoluzione degli organismi viventi è quella del trionfo del principio di associazione e cooperazione su quello della dissociazione e dell’isolamento. Quest’ultimo ha avuto successo solo nella formazione di mostri non sostenibili. Cioè i dinosauri e i rettili giganti che scorrazzavano sulla terra e che ebbero il loro regno incontrastato per centinaia di milioni di anni nel Mesozoico o era rettiliana 1. Dove sono ora? Furono soltanto una grande impasse biologica, quindi perirono. Il loro regno lasciò il posto a quello dei mammiferi e degli uccelli. Anche il primo subì un’impasse prima dell’avvento dei vertebrati, durante il cui sviluppo furono scartate forme su forme, condannate a un’estinzione rapida o lenta, sino ai primati, dai quali una suddivisione – quella dell’homo sapiens – prese possesso della Terra, ed ora governa senza rivali.
Quindi il nostro pianeta, che nel Mesozoico era il “pianeta dei rettili”, è divenuto ora il “pianeta degli esseri umani”. L’essere umano è il nipote dei rettili? O, in termini biblici, gli esseri umani sono i “figli del serpente”, i “figli dell’oscurità”, il prodotto dell’avviluppamento – o sono “figli della luce 2”?
L’uomo ha il più sviluppato dei cervelli. Ora il cervello – come ha mostrato Henri Bergson – è un organo che gioca il ruolo di un setaccio nei confronti della coscienza: è uno strumento di conoscenza e allo stesso tempo di ignoranza. La sua funzione è di ammettere in nome della coscienza ciò che è appropriato per essa e di non ammettere – dimenticare – ciò che non è appropriato dal punto di vista dell’azione, o della volontà che aspira all’azione.
Il cervello è quindi un organo di selezione – l’epitome del processo evolutivo! Perché quello che il cervello fa è essenzialmente ciò che occorse durante i milioni di anni dell’evoluzione biologica. Il complesso dell’evoluzione è il processo della sequenza “creazione-selezione-scarto-oblio”, ripetuto incessantemente. Sono scelte le forme “appropriate”, le altre sono scartate. Questo è un setaccio invisibile all’opera. Ora, questo setaccio è diventato visibile; è diventato carne. È il cervello. Dice Henri Bergson in merito al cervello:
Nell’atto del pensiero in generale, e della memoria in particolare, il cervello sembra semplicemente occupato dall’attività di imprimere nel corpo i movimenti e le attitudini che portano all’azione quello che la mente pensa, o quello che le circostanze invitano a pensare. L’ho espresso dicendo che il cervello è “l’organo della pantomima” … In effetti, i fenomeni cerebrali stanno alla vita mentale proprio come i gesti di un direttore d’orchestra stanno alla sinfonia: contrassegnano le articolazioni motorie, non fanno nient’altro. In altre parole, non dovremmo trovare presenza delle attività più elevate della mente nella corteccia cerebrale. Eccetto per le sue funzioni sensorie, il cervello non ha altra funzione che quella di mimare, nel pieno significato del termine, la vita mentale.
— Henri Bergson – Mind-Energy – London 1920, pp. 74-75
Il cervello è quindi un organo imitativo, scegliendo cosa imitare. Esso, di conseguenza, mima.
Ora, un’imitazione attinente è precisamente ciò che intende il Libro di Genesi attraverso il termine astuzia, quando dice che
… il serpente era il più astuto (arum – עָרוּם) di tutti gli animali dei campi che l’Eterno Iddio aveva fatti.
— Genesi 3:1
È, per così dire, il principio “psicologico” del serpente, proprio come l’avviluppamento e il movimento in un cerchio chiuso è il suo principio “dinamico”. Essere astuti significa imitare la saggezza, dopo averne eliminato l’essenziale – la sua luce – e poi farne uso per i propri fini. Questo è il motivo per cui è detto che “il diavolo è la scimmia di Dio”, che egli scimmiotta Dio.
Il cervello è quindi il prodotto del serpente. È l’opera del serpente; e l’umanità, come le specie animali dotate di un cervello sviluppato, è certamente pronipote del serpente. Gli esseri umani, come esseri cerebrali, sono in effetti “figli del serpente” o “figli dell’oscurità”.
Ecco perché vi è un tipo di devozione quasi filiale con cui il serpente è venerato in varie parti del mondo – Egitto, India (i sacri nāga), Messico, America Centrale e, infine, Cina, dove il sacro rettile è venerato nella sua forma volante, quella del drago 3. Anche Mosè eresse un serpente di bronzo sopra un palo nel deserto, e fu solo ai tempi del regno di Ezechia 4, figlio di Acaz, re di Giudea, che la venerazione del serpente fu bandita. In particolare, quando
… soppresse gli alti luoghi, frantumò le statue, abbatté l’idolo di Astarte, e fece a pezzi il serpente di rame che Mosè aveva fatto, perché i figlioli d’Israele gli avevano fino a quel tempo (cioè durante tutti i secoli di Giudici e Re, fino a Ezechia!) offerto profumi; egli lo chiamò Nehushtan.
— II Re 18:4
Ma molti secoli dopo, una setta gnostica, i Naasseni 5, venerava i serpenti nella stessa regione – e questo avveniva dopo Gesù Cristo!
Anche nei secoli XIX e XX parecchi scrittori occultisti si sono sforzati di riabilitare il culto del serpente, questa volta in forma intellettuale. H. P. Blavatsky fece molto, nella sua opera La Dottrina Segreta, per onorare il serpente come idea filosofica di un’antica saggezza. Lo interpretò come principio dell’energia universale, fohat 6, che ha un posto unico e indispensabile tra l’intelletto universale, mahat 7, e la materia universale, prakṛti. Ella evoca le antiche leggende e le tradizioni degli insegnanti dell’infanzia umana, i creatori della civilizzazione – i “figli del serpente” – i benefattori dell’umanità all’alba della sua storia.
Éliphas Lévi ha presentato il serpente come il “grande agente magico”, cioè il principio di intermediazione tra la coscienza e il mondo dei fatti oggettivi. Secondo lui, il serpente è il principio di realizzazione, ovvero ciò che in pratica traduce la volontà in eventi, ciò che oggettivizza il soggettivo.
Stanislas de Guaita 8 ha dedicato la sua opera incompiuta al serpente, con il titolo Il Serpente della Genesi. Nel libro egli ritrae la realtà del ruolo del “grande agente magico” nella storia.

Riguardo alla Società Teosofica, il serpente che si morde la coda con un esagramma e un tau egizio all’interno del circolo chiuso del serpente fu scelto come simbolo e sigillo, accompagnato dal motto del Maharaja di Benares: Satyan nasti paro dharmah, “non v’è religione più elevata della verità”.
Sì, il serpente è in effetti il “grande agente magico”, vale a dire il principio che imita la coscienza e che è quindi il legame tra il soggettivo e l’oggettivo, proprio come il cervello è il legame tra la coscienza e l’azione. E sì, i primi rappresentanti dell’intelletto cerebrale, i “figli del serpente” delle leggende antiche, erano certamente i primi maestri della neonata civilizzazione. Sono certamente loro che hanno insegnato i rudimenti delle arti e delle scienze all’umanità in fasce.
Pur ammettendolo, mi chiedo nondimeno: Il serpente, in quanto “grande agente magico”, è il solo agente magico, ed è l’agente magico di tutta la magia? La magia sacra o divina (a cui nelle Lettere ci siamo riferiti come relativa al terzo e quinto Arcano del Tarocco, fa uso della stessa rappresentanza a cui appartengono fachiri, ipnotisti, guaritori coi fluidi e negromanti?
Ora, secoli di esperienza ci mostrano che non solo c’è un altro agente e un’altra magia, ma anche che c’è una coscienza e un’esperienza altre da quella cerebrale. Giovanni Battista non vide discendere un serpente sul Maestro della magia sacra, il più grande taumaturgo delle storia, ma invece una colomba.
E Giovanni rese la sua testimonianza dicendo: Ho visto lo Spirito scendere dal cielo a guisa di colomba, e fermarsi su di lui.
— Giovanni 1:32
… alcuni giorni dopo si compì il miracolo del matrimonio a Cana.
I sette miracoli – il matrimonio a Cana, la guarigione del figlio del nobile, la guarigione del malato allo stagno di Bethesda, il pasto dei cinquemila, la camminata sull’acqua, la guarigione dell’uomo nato cieco, la resurrezione di Lazzaro – non ebbero il serpente come loro agente, né fu il cervello lo strumento del loro compiersi, né fu l’intelletto cerebrale la fonte della loro iniziativa. Qui l’agente è la colomba, cioè lo Spirito che è sopra il cervello, sopra il capo, e che discende sul capo e lì rimane – lo Spirito che trascende l’intelletto cerebrale. Lo Spirito è la sorgente dell’iniziativa e, simultaneamente, è l’agente e strumento del divino o della magia sacra.
Quindi mi chiedo – e chiedo a te, caro Amico Sconosciuto – perché gli autori di occultismo non hanno diretto il loro zelo, fervore e capacità al servizio della causa della colomba, invece che a quella del serpente? Perché non hanno riconosciuto il grande agente della magia sacra, che ha certamente dimostrato di essere chiamato a illuminare, guarire e trasformare il mondo? Perché la Società Teosofica, che considera la virtù sopra ogni cosa, non ha scelto la colomba dello Spirito Santo come sua norma? Perché non è stata scelta la colomba dello Spirito Santo, vero principio della spiritualità universale, in luogo del serpente che si morde la coda? Perché Stanislas de Guaita non ha scritto un libro dal titolo La Colomba del Vangelo? Perché Éliphas Lévi non si è riferito al nuovo grande agente magico, la colomba, che è chiamato a sostituire l’antico agente magico, il serpente? Perché H. P. Blavatsky si è rifiutata di vedere che ci sono due principi di energia cosmica, quello del fohat o energia del serpente, e quello dello Spirito Santo o energia della salvezza? E se le Stanze di Dzyan 9 non menzionano nulla di tutto ciò, devono queste essere considerate come l’unica fonte di verità? E la testimonianza dei profeti, degli apostoli e dei santi nel corso di oltre tremila anni non vale nulla?
Sono perplesso, ripeto, non perché l’interpretazione del serpente secondo gli occultisti menzionati non sia veritiera riguardo all’argomento in questione, ma perché il soggetto del serpente è trattato in modo stranamente esclusivo, quasi di parte, in un modo che è difficile da spiegare con fatti oggettivi riferiti al problema, senza ricorrere a fattori psicologici.
Sia come sia, vi è una tendenza piuttosto pronunciata, nella letteratura occulta, a presentare il serpente come fattore esclusivo di realizzazione, e anche come unico principio di conoscenza, inclusa la conoscenza occulta.
Ora, per quanto ci riguarda, noi siamo in grado, in primo luogo, di vedere nel serpente solo il principio cerebrale, l’intelletto cerebrale, e il principio di avviluppamento, la tendenza a formare cerchi chiusi – o, in altre parole, il principio della Caduta. Dico in primo luogo perché, grazie all’opera della salvezza, che ha una storia millenaria, ha avuto luogo una spiritualizzazione graduale del lavoro del serpente, incluso l’intelletto cerebrale, e perché l’intervento dall’alto non solo limita il formarsi di cerchi completamente chiusi, ma anche dà all’avviluppamento una direzione verso la solidarietà attraverso strutture come la famiglia, la nazione e le comunità civilizzate. In altre parole, la provvidenza fa sì che i cerchi formati dal serpente non siano completamente chiusi, e che la serie di cerchi si trasformi in una serie di spirali.
Ma i benefici di questa graduale metamorfosi dell’opera del serpente non sono dovute al serpente, bensì all’altro principio – il principio contrario – la “luce che brilla nell’oscurità”. Perché la realtà e la totalità dell’evoluzione consistono da una parte nell’avvilupparsi dell’attività del serpente, che ha formato il cervello e prodotto l’intelletto cerebrale, e dall’altra dall’attività della luce dall’alto, che apre il viluppo e illumina l’intelletto cerebrale. Il serpente e la colomba: sono questi, in ultima analisi, i fattori sottostanti l’intero processo evolutivo.
Se dovessi chiedermi, caro Amico Sconosciuto, cosa si dovrebbe scegliere e per chi parteggiare tra il serpente e la colomba, la mia risposta sarebbe entro i confini del consiglio del Maestro:
Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.
— Matteo 10:16
Ovvero, si dovrebbe cercare di unire l’intelletto cerebrale con la spontaneità spirituale. È certamente necessario pensare con pensieri articolati e in maniera discorsiva, ma al di sopra del processo discorsivo sempre si eleva l’ideale! È alla luce dell’ideale che si dovrebbe pensare.
Ma torniamo alla questione: Gli esseri umani sono “figli del serpente” o “figli della luce”? Abbiamo detto che gli esseri umani, così come le specie animali dotate di un cervello sviluppato, sono figli del serpente. Ora, è necessario aggiungere che, come esseri che aspirano all’ideale del bene, del bello e del vero, gli esseri umani sono figli della luce. Perché, qualunque cosa possa essere detta in senso contrario, non vi è ragione – né non vi è nulla di dato nell’intero dominio dell’evoluzione biologica culminante nella formazione del cervello umano – che spieghi e renda necessaria l’aspirazione umana verso la verità, la bellezza e la bontà. Ogni monastero e convento è, in aggiunta, in contraddizione diretta con la tesi che l’umanità è solo il prodotto dell’evoluzione biologica. Qualunque rinuncia alle cose concrete – come la ricchezza, il potere e anche la vita – per un ideale, testimonia la realtà trans-evolutiva e trans-cerebrale del nucleo dell’essere umano.
Se gli scavi condotti dai paleontologi portano alla luce crani e scheletri come evidenza dell’evoluzione biologica che ha condotto al cervello umano, i martiri, attraverso la storia, testimoniano allo stesso tempo il fatto della trascendenza del nucleo della natura umana in relazione all’evoluzione biologica. Questo è perché l’evoluzione completa sta all’intersezione tra l’evoluzione biologica e l’evoluzione spirituale. Il fatto dell’intersezione tra due domini piuttosto diversi è alla base della realtà della Caduta.
L’altro termine del dramma cosmico di cui ci siamo occupati, e che è collegato a quello della Caduta, è la redenzione.
Abbiamo detto sopra che la redenzione è “l’atto cosmico della Reintegrazione del mondo caduto, creando prima un’apertura nel suo cerchio chiuso (religione, iniziazione, profezia), istituendo poi un percorso di uscita (i Buddha) e di entrata (gli Āvatāra) attraverso questa porta, e infine trasformando il mondo caduto dall’interno attraverso l’irradiazione del Verbo incarnato (Gesù Cristo)”.
Quindi, la tesi che stiamo portando avanti qui è che l’opera della salvezza che conduce alla vera redenzione è universale, riguardando sia il tempo che lo spazio. Perché ha agito sin dai tempi dell’infanzia dell’umanità e si estende a tutti i gruppi e le religioni dell’umanità. I secoli sono il suo palcoscenico e l’umanità tutta era – ed è – il suo campo. L’opera della salvezza è cattolica nel senso letterale, ermetico, magico, gnostico e mistico della parola. Ciò significa che la storia della Chiesa che soffre, che milita e che trionfa dura nel tempo quanto quella umana, ed è vasta quanto l’umanità stessa. Perché la Parola,
La vera luce che illumina ogni uomo stava per venire nel mondo.
— Giovanni 1:9
Cioè per ogni essere umano, sempre e ovunque.
Vi è dunque una sola opera della salvezza, che include tutti i tentativi umani che mirano veramente a trascendere il cervello e l’intelletto cerebrale, e che includono tutte le vere rivelazioni dall’alto, attraverso tutte le ere della storia umana. Essa opera per fasi. Dal primo altare eretto su qualche collina o ai bordi di un campo, alle grandi cattedrali europee che aspirano alle altezze della coscienza sopra la sfera dell’intelletto cerebrale; si è verificato tutto per fasi.
Le fasi dell’opera della salvezza universale costituiscono la storia spirituale dell’umanità, che è la grande Bibbia universale di cui la Bibbia storica è una parte. Si può riassumere in due modi secondo due punti di vista differenti: dal punto di vista della rivelazione, e da quello dell’operazione.
Secondo il primo punto di vista, la storia spirituale dell’umanità si potrebbe riassumere – come fa la Cabala – attraverso i vari aspetti di Dio che sono rivelati in successione. I dieci nomi di Dio della Cabala, che corrispondono alle dieci Sephirot dell’Albero delle Sephirot, rappresentano un sommario della storia spirituale dell’umanità dal punto di vista della rivelazione graduale di Dio. Perché, dall’aspetto rappresentato dal nome ADONAI (Signore), all’aspetto indicato dal nome EHEIEH (Io Sono), vi è un lungo percorso, essendo il primo un termine per la superiorità pura e semplice del potere, mentre il successivo significa intuizione dell’Essere che è l’essenza dell’essere, o “Colui che è”.
Secondo il punto di vista dell’opera della creazione, si potrebbe riassumere la storia spirituale dell’umanità descrivendone le fasi dalla prima apertura del cerchio chiuso del serpente all’avvento e al fiorire del “regno di Dio” all’interno del cerchio. Le fasi in questione sono, quindi, l’apertura del cerchio chiuso, il percorso di uscita e di entrata attraverso il varco, e l’Incarnazione della Parola. La prima fase, quella dell’apertura del cerchio chiuso, fa spazio all’ingresso della fede nell’umanità incarnata; la seconda porta la speranza; la terza accende l’amore, che è la presenza attiva della vita divina al cuore del cerchio del serpente. Tutto ciò che l’umanità ha creduto ed ha sperato è divenuto realtà nel presente – questa è l’essenza dell’intera storia spirituale dell’umanità in una singola frase.
Ma questo sommario comprende un mondo di eventi. Esso include: il primo risveglio delle memorie del paradiso nelle anime immerse nell’oscurità delle sfide esistenziali; l’istituzione della venerazione (culto) per salvaguardare queste memorie e proteggerle dall’oblio; la comparsa dei preti incaricati del culto, e di veggenti e profeti che lo tengono vivo e lo sviluppano; la comparsa di scuole volte all’insegnamento dell’esperienza trans-cerebrale; le gioiose notizie che tali sforzi non sono vani, che esiste una via di uscita; gli insegnamenti dei Buddha, maestri di questa via; le rivelazioni degli Āvatāra, dei Ṛṣi, grandi maestri e “uomini di Dio” – che dimostrano la realtà della via della preparazione, della manifestazione e dell’incarnazione; la preparazione spirituale del mondo, e la preparazione effettiva del popolo scelto – Israele – all’incarnazione prefigurata dalle incarnazioni e manifestazioni degli Avatāra e dei Bodhisattva (sulla via della “Buddhità”); poi l’Incarnazione stessa; e per concludere tutto ciò è implicito nelle parole di S. Paolo:
E senza contraddizione, grande è il mistero della pietà: Colui che si è manifestato nella carne, è stato giustificato nello spirito, è apparso agli angeli, è stato predicato fra i Gentili, è stati creduto nel mondo, è stato elevato in gloria.
— I Timoteo 3:16
Ora, quello che si intende in genere per “evoluzione” è dovuto alla concomitanza di due linee operative principali – quella del serpente e quella dell’opera della salvezza. Principali, dico, perché vi sono anche linee secondarie che giocano un ruolo di intermediazione tra le linee principali – quali, ad esempio, la linea evolutiva delle anime individuali attraverso ripetute incarnazioni. . Il soggetto è stato trattato in una Lettera precedente (Lettera IV) e sarà nuovamente considerato nella Lettera XIII. Qui poniamo l’attenzione, nel contesto dell’evoluzione generale, solo sul fatto che segue.
La scienza si confronta al momento con il problema della trasmissione per via ereditaria delle caratteristiche acquisite attraverso l’esperienza. Questo problema, così come si presenta oggi, è dovuto alla contraddizione paradossale tra ciò che si conosce della legge dell’ereditarietà e ciò che si conosce sull’evoluzione e sul progresso in generale. Specificamente, si è scoperto che le caratteristiche acquisite non si trasmettono per via ereditaria e, d’altro canto, la somma totale dei fatti che riguardano l’evoluzione generale prova l’evidenza del progresso. Allo scopo di risolvere la contraddizione tra l’ereditarietà, che riproduce solamente, e l’evoluzione generale, che manifesta la creatività, è necessario fare ricorso a una dimensione supplementare, aggiungendo cioè la dimensione verticale a quella della continuità orizzontale del tempo – quest’ultima essendo quella dell’ereditarietà che connette le generazioni successive. Si deve ammettere che le caratteristiche acquisite si accumulano da qualche altra parte attraverso un meccanismo che non è quello peculiare dell’ereditarietà, e che tra “ereditarietà” e “caratteristiche acquisite” (che non scompaiono ma sono semplicemente relegate “da qualche altra parte”) c’è una tensione attiva che si manifesta nell’educazione e nell’autoapprendimento, come nel sorgere di geni morali e intellettuali frutto di una linea mediocre di antenati. La tensione tra il meccanismo dell’ereditarietà e le caratteristiche acquisite attraverso l’esperienza – e accumulate “da qualche altra parte” – porta nel lungo periodo alla prevalenza di queste ultime, e ha luogo una specie di “eruzione” delle caratteristiche acquisite nel meccanismo ereditario. Per così dire, i frutti delle esperienze passate si “reincarnano”.
Ed è così che si è portati a postulare il principio della reincarnazione. E quando la moderna psicologia del profondo della scuola junghiana aggiunge materiale sufficiente riguardo al sorgere di esperienze passate nei sogni, nelle visioni e nella vita di fantasia di persone che – nel loro normale stato di coscienza – non sanno nulla di tutto ciò (e per tale motivo riappaiono alla luce del ventesimo secolo i rituali e i simboli degli antichi misteri), allora il postulato necessario che spieghi la possibilità di un progresso cessa di essere un postulato, ma diventa una conclusione, basata sull’esperienza e dotata di un grado di probabilità elevato.
È vero che Jung designò il regno dove sono sepolte le esperienze passate come “inconscio collettivo”. Ma perché collettivo! Perché non inconscio individuale? È solo perché le esperienze del passato, che sorgono dalle profondità della coscienza, hanno molto in comune? … si rassomigliano le une con le altre?
Ma è negli esseri umani che sorgono queste esperienze del passato. È quindi abbastanza naturale che abbiano molto in comune. Solo per questo motivo è necessario postulare la collettività della memoria del subconscio (o superconscio) che abbraccia i millenni? Non sarebbe più semplice e naturale concludere che colui che ricorda un’esperienza è anche colui che la vive?
Ma per rendere giustizia a Jung si dovrebbe segnalare che non insisté su una collettività sostanziale del suo “inconscio collettivo”. Da vero scienziato, egli lascia aperta la questione dell’inconscio collettivo come serbatoio comune all’umanità, o di una sua totale derivazione dalla sintesi delle caratteristiche comuni agli individui. La “metafisica”, per così dire, dell’inconscio collettivo fu scarsamente elaborata da Jung. Ad ogni modo, i fatti che Jung raggruppò e presentò si prestano quantomeno a un’interpretazione sia in termini di reincarnazione che di inconscio collettivo.
Ma per la tribuna interiore della coscienza – e ti rammento, caro Amico Sconosciuto, che queste Lettere sono indirizzate solo alla tua tribuna interiore, e che per principio esse non mirano a promuovere le dottrine di validità generale, ovvero scientifiche – è l’esperienza entro le profondità della propria anima ad avere l’ultima parola sul problema della reincarnazione individuale, ed è a questo che spetta il compito di trasformare la possibilità e la probabilità della reincarnazione in certezza … certezza nella tribuna interiore della coscienza, naturalmente.
Vi sono, quindi, tre “continuità” nell’evoluzione: continuità biologica o ereditaria, continuità psichica o reincarnazione, e continuità spirituale o l’opera della salvezza. Notate che queste tre linee di continuità corrispondono al triangolo dinamico a cui Fabre d’Olivet ridusse la storia della razza umana – il triangolo: destino, volontà, provvidenza. L’ereditarietà corrisponde al destino (fato), la reincarnazione alla volontà (libertà) e l’opera della salvezza alla provvidenza. Questo è quanto dice in merito al triangolo:
Ma se l’uomo non è, come ho già detto, che una potenza in germe che la civilizzazione deve sviluppare, da dove gli derivano i principi di questa indispensabile cultura? Rispondo che vengono da due potenze alle quali egli si trova legato, e dalle quali deve formare la terza … Queste due potenze, nel cui mezzo si trova messo, sono il Destino e la Provvidenza. Al di sotto di lui vi è il Destino, natura naturata o necessitata; al di sopra la Provvidenza, natura naturante e libera. Lui stesso, come regno umano, è la volontà mediatrice, la forza efficace, posta tra queste due nature come legame, mezzo di comunicazione, per riunire le due azioni, i due movimenti, che senza di lui sarebbero incompatibili.
Le tre potenze che ho appena nominato, la Provvidenza, l’uomo considerato come regno umano, e il Destino, costituiscono il ternario universale. Nulla sfugge alla loro azione; tutto nell’universo vi è sottomesso; tutto eccetto Dio che, avviluppandolo nella sua insondabile unità, firma con esso la tetrade sacra degli antichi, questo immenso quaternario che è tutto in tutto, al di fuori del quale non vi è nulla.
— Fabre d’Olivet – Histoire Philosophique du Genre Humain – Paris 1824
Mi permetto di aggiungere a questa citazione da Fabre d’Olivet che durante tutta la mia vita non mi è mai capitato di trovare una ricetta e una chiave più lucide per comprendere l’evoluzione e la storia dell’umanità di quella data dall’autore. Tuttavia, è passato un secolo e mezzo dalla sua opera e la crescita della conoscenza sulla storia dell’umanità che è stata conseguita in questo lasso di tempo – e anche lo sfortunato pregiudizio di Fabre d’Olivet, resosi cieco a certi misteri del cristianesimo – mi ha costretto a rivedere l’applicazione di Fabre d’Olivet dei suoi lodevoli principi generali ai problemi concreti e ai dettagli della storia dell’umanità. La stessa osservazione si applica anche a Saint-Yves d’Alveydre, soprattutto alla sua opera La Mission des Juifs, fatta eccezione per il pregiudizio anticristiano che in lui non si trova.
L’ereditarietà, la reincarnazione e l’opera della salvezza – essendo la reincarnazione il principio di intermediazione tra gli altri due – insieme costituiscono quindi il dramma cosmico dell’evoluzione.
La decima Carta del Tarocco, evocando l’interezza di questo problema, fornisce uno spaccato del nucleo del problema evolutivo raffigurandone l’aspetto dal significato più concreto, cioè la relazione tra “l’animalità” (la natura animale) e “l’umanità” (la natura umana). La sfinge sopra la ruota rappresenta l’animalità e l’umanità unite, o ancora non differenziate o già reintegrate. L’enigma della sfinge è quindi quello dell’umanizzazione dell’animalità e dell’animalizzazione dell’umanità. Il cane che ascende verso la sfinge rappresenta l’animalità che aspira all’unione con l’umanità; la scimmia che discende rappresenta il processo di animalizzazione dell’umanità.
Si tratta, quindi, dell’Arcano della soluzione pratica al problema: Come possiamo realizzare, senza sradicamento o rimozione, una completezza degli elementi umani e animali nella personalità umana senza che i primi si animalizzino (diventando “scimmia”) o i secondi cadano sotto il dominio tirannico dei primi (diventando “cani”)?
Ora, il decimo Arcano è anche strettamente pratico. È un esercizio spirituale che ha lo scopo di risvegliare un “arcano”, cioè la conoscenza qualificata di una certa “competenza”. E la “competenza” che ha a che fare con il decimo Arcano tratta del modo corretto di gestire da un lato gli elementi dell’uomo animalizzato, che procedono allontanandosi dal centro, e dall’altro quegli elementi dell’animalità che aspirano all’umanità, che si battono per trovare un centro stabile. Il centro stabile è la sfinge, situata sopra la ruota dell’animalità, cioè sopra il movimento automatico nella natura psichica dell’uomo.
La ruota e la sfinge sopra di essa … quale lavoro pratico suggerisce questo contesto? Quello che segue:
Vi è un’animalità “creata” e un’animalità “evoluta”. La prima ha origine prima della Caduta e la seconda deve la sua esistenza all’evoluzione da dopo la Caduta, cioè l’opera del serpente. C’è un’animalità creata dalla Parola divina di cui il Vangelo di Giovanni dice che
Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.
— Giovanni 1:3
E di cui il libro di Genesi di Mosè parla in termini di creazione di animali nel quinto e sesto giorno della creazione:
Poi Dio disse: ‘Produca la terra animali viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici della terra, secondo la loro specie’. E così fu.
— Genesi 1:24
L’animalità di origine divina è riassunta nei quattro prototipi o razze dei santi Hayyot (Cherubini). Questi sono: il Toro, il Leone, l’Aquila e l’Angelo o l’Uomo. E se si uniscono questi quattro prototipi in un solo essere, otteniamo la sfinge. La sfinge è quindi il prototipo-sintesi della santa animalità, cioè l’istintualità divina, o il principio dell’obbedienza spontanea a Dio. Perché “santa animalità” altro non significa “obbedienza spontanea a Dio” o “istinto divino”.
Gli altri istinti sono dovuti all’evoluzione del serpente. Questi sono riassunti dal termine bestialità. Quindi, ci sono istinti di origine divina e ci sono istinti bestiali. Pertanto, l’istinto che conduce all’elevazione dello spirito e del cuore è simboleggiato dall’Aquila, che la tradizione iconografica rappresenta come il principio di ispirazione – o canale dell’ispirazione divina – di Giovanni Evangelista. Allo stesso tempo, l’aquila come prototipo dell’uccello da preda rappresenta l’istinto di aggressione e di attacco fulmineo. È l’aquila come istinto di rapacità che figurava, come principio ispirativo, sugli stendardi delle legioni romane.
Similmente, il Leone simboleggia l’istinto che si può designare come “coraggio morale”. I martiri erano rappresentativi del Leone, ed è il Leone come “coraggio morale” ad essere associato all’evangelista Marco nell’iconografia cristiana. Ma proprio come c’è un’Aquila e un’aquila, così c’è un Leone e un leone. La ferocia sta al coraggio morale come il leone sta al Leone. Il primo è una degenerazione del secondo.
Il Toro è il simbolo dell’istinto di concentrazione remunerativa. Sottolinea la propensione alla meditazione profonda. È il canale dell’ispirazione divina dell’evangelista Luca. È il Toro che in questo senso ha dato nascita al culto della Mucca sacra (l’aspetto femminile del Toro) in India. La venerazione della mucca in India è semplicemente la controparte popolare della propensione induista alla meditazione. Ma di nuovo vi è il Toro e il toro. Quest’ultimo è una degenerazione del precedente. È concentrazione della volontà su una cosa singola, il che rende il soggetto cieco a qualunque altra cosa. Il sacrificio del toro nei misteri mitriaci non intendeva uccidere la propensione alla meditazione, ma piuttosto ammazzare l’impetuosità e la rabbia che accecano.
L’evangelista Matteo, secondo l’iconografia, ha l’Angelo o l’Uomo come compagno di ispirazione, che rappresenta la propensione all’obiettività, che si manifesta, ad esempio, nella veridicità di una narrativa epica fatta da un annalista o da un cronista. Ma c’è obiettività e “obiettività”. Si può essere obiettivi, cioè imparziali, prendendosi a cuore le cose in modo equanime. E si può essere “obiettivi” (“imparziali”) assumendo un’attitudine di indifferenza equanime nei confronti delle cose. La prima è obiettività angelica; la seconda è la sua degenerazione – l’osservazione fredda e senza cuore. La prima si manifesta per mezzo dell’istinto che chiamiamo coscienza; la seconda si manifesta in quello che molti dicono essere lo “spirito scientifico” e che, a dire il vero, è solo una propensione verso il cinismo.
Abbiamo dunque una gamma comparativa degli istinti di origine divina e di quelli originati dalla Caduta.
Ora, il compito pratico che ne consegue è un’alchimia interiore: la trasmutazione degli istinti caduti nei loro prototipi non caduti, cioè la trasmutazione dell’”aquila” il Aquila, del “leone” in Leone, del “toro” in Toro, e dell’”uomo” in “angelo” – o, in altre parole, il compito di fondare, o rifondare, la sfinge sopra la ruota dell’istintività, di trasformare la “ruota” degli automatismi psichici nella sfinge. Come si può fare?
Attraverso la via della metamorfosi, ovvero alternando contrazione ed espansione … proprio come la crescita di una pianta è la manifestazione di due tendenze – una tendenza verticale e una orizzontale – che operano in alternanza, così che la prima spinge verso l’alto e la seconda spanda la sua fioritura all’esterno, così la metamorfosi psichica opera restringendo la tendenza espansiva, il che risulta in un’elevazione, seguita da un espansione sul nuovo piano conseguito attraverso l’elevazione che, a sua volta, sarà seguita da un restringimento, risultando in una nuova elevazione, e così via. Questa è la legge della metamorfosi che Goethe verificò e studiò nel regno vegetale, ed è anche la legge della trasmutazione delle forze psichiche – la via stretta, o via della Croce – nel regno umano. Perché gli esseri umani e le piante vivono sotto la legge della Croce – quest’ultima organicamente, la precedente spiritualmente. Per questa ragione la pianta è un “manuale” di ermetismo pratico, dove si possono leggere le leggi immutabili della disciplina spirituale. Schiller, il “fratello” di Goethe, lo comprese. Per questo scrisse:
Suchst du das Höchste, das Größte? Die Pflanze kann es dich lehren. Was sie willenlos ist, sei du es wollend – das ist’s!
Stai cercando il più alto, il più grande? La pianta può insegnarti. Quello che la pianta fa inconsciamente, tu fallo intenzionalmente – questo è tutto!
Ciò perché il regno vegetale è il reame più virginale della Natura dopo la Caduta, e perché l’uomo è sulla via della Reintegrazione. Ogni giardino, dunque, preserva qualcosa del giardino dell’Eden, e può servire come libreria vivente per colui che aspira alla salvezza.
Ora, è tempo di estendere la legge della Croce, che governa organicamente il regno vegetale e spiritualmente il regno umano, anche al regno animale. E questo va fatto non addestrando i cani, i cavalli e i pappagalli, ma piuttosto applicando la legge della Croce all’animalità interiore nella vita psichica dell’uomo. È necessario trattenere il toro che è in noi per elevarlo a Toro. Ciò vuole dire che il desiderio istintivo che si manifesta come furore concentrato su una singola cosa, e che ci accieca vicendevolmente, dev’essere trattenuto e poi elevato a una propensione verso la meditazione profonda. L’intera operazione è riassunta nell’ermetismo dalla parola “tacere”. Il precetto “tacere” non è, come interpretato da molti autori, solamente una regola di prudenza, ma è in aggiunta un metodo pratico per trasformare questo istinto limitato e angusto in una propensione verso la profondità e, allo stesso modo, un’avversione verso tutto quello che è di natura superficiale.
Il Toro alato è quindi il risultato ottenuto con il ”tacere”. Ciò vale a dire che il Toro si è elevato al livello dell’Aquila e si è unito ad essa. Con questa unione si realizza il matrimonio tra l’impetuosità, le altezze e la propensione alla profondità. Il matrimonio degli opposti – tema tradizionale dell’alchimia – è l’essenza della pratica della legge della Croce. Perché la Croce è l’unione di due coppie di opposti, e la pratica della croce è il lavoro di riconciliazione di quattro opposti – due orizzontali e due verticali. L’Aquila e il Toro sono gli opposti verticali: sono le tendenze verso le altezze e le profondità, verso il generale e il particolare, verso una visione d’insieme e le minuzie dei dettagli.
L’Angelo e il Leone costituiscono l’altra coppia di opposti sulla croce dell’istintività umana. Qui si parla della trasformazione del coraggio combattivo in coraggio morale – nel coraggio della coscienza. Perché l’istinto che chiamiamo “coscienza morale” è effetto dell’ispirazione angelica, ed è elevando il coraggio istintivo, cioè il desiderio di eroismo, avventure e sfide, che questi si unisce alla coscienza e diviene il coraggio morale che ammiriamo nei martiri e nei santi.
Il Leone alato è il risultato ottenuto attraverso la procedura rappresentata dal termine “osare”, che implica coraggio morale. Proprio come il Toro diviene alato attraverso la sua unione con l’Aquila con la pratica del ”tacere”, e proprio come l’Aquila acquisisce la costanza e la perseveranza del Toro grazie alla pratica del “volere” – così il Leone acquisisce le ali attraverso l’unione con l’Angelo grazie alla pratica dell’”osare”, e l’effetto dell’ispirazione dell’Angelo, che il proprio “osare” produce, diventa certezza spontanea attraverso la pratica significata dal termine “sapere”. Queste sono quindi le quattro linee d’azione in vista del conseguimento delle opere simboleggiate dalla sfinge: tacere, volere, osare e sapere.
“Tacere” è la restrizione della volontà che si eleva, seguendo la legge della Croce, come conseguenza di tale restrizione. Poi essa si espande su un altro piano. Lì diviene il vero “volere”.
L’attenzione costante alla coscienza trattiene l’impulsività e quest’ultima è quindi elevata a un nuovo piano, dove si ha la sua espansione. La disciplina dell’impulsività mediata dalla coscienza rappresenta il senso pratico dell’”osare” e del “sapere”. Perché è solo nell’armonia tra conoscenza e coscienza che l’impulsività diviene un “osare legittimo” o coraggio morale.
Qui giace il principio dell’ascetismo ermetico lungo i millenni. Esso è basato sulla legge della Croce; il suo scopo è la sfinge, che è animalità unita all’umanità. È chiaro che questo è un insegnamento molto antico e che il decimo Arcano risale all’ermetismo prima della nostra era; siamo portati a contatto col le idee di coloro che eressero la sfinge e le piramidi. È l’evidenza intrinseca – non storica o iconografica – che ci porta a tali conclusioni.
E quello che in aggiunta rinforza il concetto è ciò che manca nella decima Carta. Essa ci viene presentata come la ruota dell’animalità, e la sfinge come soluzione al problema pratico dell’animalità. Ora, un’analisi più approfondita e prolungata della sfinge e dell’intero contesto della Carta ci porta inevitabilmente ai quattro animali e a tutto ciò che vi è compreso: animalità divina e caduta, la Caduta e la Reintegrazione, il principio dell’ascetismo pratico, ecc. Tutto ciò è amplificato dai fatti e dalla conoscenza che la storia moderna, la biologia e la psicologia ci forniscono. Ma una cosa essenziale manca alla Carta – è la quinta essentia – che ci renderebbe reale la sfinge, ma che non è la sfinge stessa. Il principio attivo della Croce – la “quintessenza”, senza la quale l’intera operazione è impraticabile e rimarrebbe solo conoscenza e speranza – non può essere trovata qui. La sfinge qui figura come l’ultima soluzione, o piuttosto l’ultimo enigma.
L’assenza di un’indicazione diretta (perché indirettamente l’intera Carta si rifà all’enigma della sfinge e, attraverso questo fatto, alla “quintessenza”) nel contesto della Carta del principio del Nuovo Adamo, che è la “quintessenza” – come sappiamo oggi per via esoterica ed essoterica – indica l’origine precristiana della decima Carta. Da un punto di vista iconografico è chiaramente medievale (del tardo Medioevo), come lo sono tutte le altre Carte, ma intrinsecamente è più antica, in particolare precristiana.
È la più antica o è semplicemente la meno evoluta delle ventidue Carte degli Arcani Maggiori del Tarocco?
Essendo le ventidue Carte degli Arcani Maggiori del Tarocco un organismo, un insieme completo, non si tratta qui di questionare su un’origine diversa o disparata di Carte specifiche, ma piuttosto sui gradi della loro evoluzione o trasformazione. Perché il Tarocco, oltretutto, non è una ruota, un cerchio chiuso, ma piuttosto una spirale, cioè esso si evolve attraverso la tradizione e … la reincarnazione.
Gli autori che videro nel Tarocco il “Sacro Libro di Toth” (Toth = Ermete Trismegisto) erano allo stesso tempo sia nel giusto che nello sbagliato. Erano nel giusto in quanto situarono la storia dell’essenza del Tarocco nell’antichità, specificamente nell’antico Egitto. Ed erano in errore in quanto credevano che il Tarocco fosse stato ereditato dall’antico Egitto, cioè che fosse stato trasmesso da generazione a generazione con solo delle minori modifiche iconografiche. A supporto delle loro tesi narrano la storia ingenua o leggenda (che probabilmente conoscete) di un concilio di sacerdoti egiziani che deliberarono sul problema della preservazione dell’essenza della loro saggezza per le generazioni a venire, dopo l’estinzione della luce d’Egitto. Furono rifiutate proposte su proposte – se preservare la saggezza su carta, pietra, metallo, ecc. – e infine fu deciso di affidare la saggezza a un agente meno distruttibile e più stabile di carta, pietra e metallo, cioè al vizio umano. Per cui fu concepito un gioco di carte, il Tarocco, giunto fino a noi.
Ma da un punto di vista iconografico, il Tarocco è definitivamente medievale. E da un punto di vista storico, non vi è evidenza che fosse esistito prima della fine del XIV secolo. Quindi, se si tratta di un gioco popolare – designato come tale dai saggi egiziani – dovremmo avere un mucchio di materiale riguardante il Tarocco (come gioco di carte) durante i quattordici, o almeno dieci, secoli precedenti, quando invece c’è un completo silenzio riguardo ad esso.
No, il Tarocco non è ereditato, si è reincarnato. Si è “reincarnato” conformemente all’esperienza della moderna psicologia del profondo della scuola junghiana, che ha accertato l’impennata dei misteri antichi e pure arcaici e dei culti dalle profondità dell’inconscio delle persone del ventesimo secolo. Il Tarocco è il “Sacro Libro di Toth” – non ereditato o trasmesso – ma rinato.
A supporto di questa tesi, facciamo una citazione – questa volta non da una leggenda moderna, ma dal testo di un trattato ermetico greco considerevolmente antico. È il Kore Kosmou, dove Iside insegna a suo figlio Horus i misteri dei cieli; qui si tratta del “Sacro Libro di Toth”, in merito alla sua natura e alle sue origini. Quello che segue è il testo rilevante:
[Iside]: Fino a quando l’Architetto Universale si astenne dal mettere fine a questa paura incessante, a queste ansiose ricerche, l’ignoranza avvolse l’universo. Ma quando egli giudicò fosse bene rivelarsi al mondo, alitò negli Dei l’entusiasmo dell’amore, e versò nelle loro menti lo splendore contenuto nel Suo petto, così che essi potessero per primi essere ispirati dalla volontà di cercare, poi dal desiderio di trovare, e infine dal potere di riadattarsi. Ora, mio splendido figlio Horus, tutto ciò non poteva accadere tra i mortali, perché essi ancora non esistevano; ma avvenne nell’Anima universale in sintonia con i misteri del cielo. Questi fu Ermete, il Pensiero Cosmico. Egli osservò l’universo delle cose, e avendo visto, capì, e avendo capito, ebbe il potere di manifestarsi e di rivelarsi. Quello che pensò, scrisse; quello che scrisse, lo celò in gran parte, saggiamente silenzioso, e parlando per enigmi, così che mentre il mondo continuava tutte queste cose potessero essere cercate …
[Horus]: Ho compreso che i sacri simboli degli elementi cosmici furono celati con i segreti di Osiride. E che dopo aver pronunciato il discorso invocatorio, Ermete ritornò nei cieli.
[Iside]: Non è giusto, Figlio mio, che questa narrazione rimanga incompleta; devi essere portato a conoscenza delle parole di Ermete quando egli dettò i suoi libri. “O sacri libri,” disse, “degli Immortali, voi nelle cui pagine la mia mano ha registrato i rimedi attraverso i quali è conferita l’incorruttibilità, restate per sempre oltre la portata della distruzione e del decadimento, invisibili e celati a tutti coloro che frequentano questi luoghi, fino a che verrà il giorno in cui l’antico cielo creerà gli strumenti degni di voi, che il Creatore chiamerà anime.” Dopo aver pronunciato questa invocazione sui suoi libri, egli li avvolse nelle loro custodie, ritornò nella sfera a cui apparteneva, e tutto rimase nascosto per un tempo sufficiente.
— Kore Kosmou – trad. Anna Kingsford e Edward Maitland – London 1880, pagg. 2-3
Questa è la versione greco-egiziana sulla natura e l’origine del “sacro Libro di Toth”. Secondo questa versione i libri che lo comprendevano restarono “per sempre oltre la portata della distruzione e del decadimento”, fino a che “verrà il giorno in cui l’antico cielo creerà gli strumenti … che il Creatore chiamerà anime”. Essi furono quindi “inscritti” magicamente in una regione tra cielo e terra, abbastanza vicini alla terra da poter essere raggiunti dalle anime dei cercatori sulla terra e risvegliare in loro lo spirito della ricerca attraverso la loro attrattiva, e abbastanza lontani, d’altra parte, da non poter essere mai colti dall’intelletto cerebrale, cioè mai da esso afferrati, analizzati e sfruttati. La versione originale del “Sacro Libro di Toth” dev’essere rintracciata nella regione “trans-cerebrale”. Per questo motivo è necessario cercare non nelle cripte, nei manoscritti o nelle iscrizioni parietali, né tantomeno nelle società o fraternità segrete, ma piuttosto nel “santuario dei luoghi eterni” che appartiene a Ermete. È necessario elevarsi al di sopra della zona dell’intelletto cerebrale, perché i “libri sacri” furono scritti, secondo il trattato ermetico che abbiamo riportato, prima della formazione del cervello. Essi rappresentano un richiamo – efficace magicamente “in tutte le epoche” – a trascendere l’intelletto cerebrale, e a elevare “gli strumenti degni di loro, che il Creatore chiamerà anime”, alla regione dove rimangono depositati.
Questa regione, questo giardino dei “sacri simboli degli elementi cosmici”, situato tra cielo e terra – queste formule magiche, simboli gnostici e fuochi mistici della rivelazione primordiale, che costituiscono il “santuario” sopra l’intelletto cerebrale e sotto i cieli – è la realtà dell’ermetismo. È uno stimolo nei secoli, che incentiva le anime umane ad aspirare alla visione di “tutte le cose” e, avendo visto la totalità, a comprenderla, e avendola compresa, a conseguire il potere di rivelarla e di mostrarla. La totalità delle cose (ta sympanta in greco) – questa è l’anima dell’ermetismo nei secoli. E come il cervello è l’organo della specializzazione pratica, lo stimolo e l’aspirazione alla totalità delle cose equivale allo stimolo e all’aspirazione a trascendere il cervello e l’intelletto cerebrale.
L’ermetismo perseguita l’umanità nel corso dei secoli. È forse per una pleiade di brillanti scrittori? O per via delle società segrete, o ancora per l’attrazione verso ciò che è segreto in generale? Potrebbe essere …
Ma perché ci sono sempre scrittori, e in tutte le epoche? E perché ci sono società segrete? Perché, infine, gli stessi misteri esercitano una tale attrazione?
Perché nelle profondità dell’inconscio – che bussa alla porta e vuole diventare conscio – è presente il “santuario dei luoghi eterni”, dove il “Sacro Libro di Toth” rimane depositato, da cui sono nate o si sono reincarnate le opere simboliche ed ermetiche. Il Tarocco è una di queste.
Il Tarocco ha il suo prototipo invisibile, e la funzione e missione del Tarocco è di elevare l’anima alla sua origine. Questo è il motivo per cui è un esercizio spirituale. Esso dà una direzione e un impulso a trascendere l’intelletto cerebrale per consentire all’anima di penetrare nel “santuario dei luoghi eterni” dove riposano i “sacri simboli degli elementi cosmici”.
La totalità delle cose … l’intuizione che trascende l’intelletto cerebrale … l’ermetismo … ma perché l’ermetismo? Non è forse questa l’aspirazione di ogni filosofia metafisica e di tutte le pratiche mistiche religiose?
Sicuramente la pratica mistica della religione trascende l’intelletto cerebrale. Ma lo fa al fine di conseguire il paradiso, e non la zona intermedia tra cielo e terra, dove sono depositati i “misteri del cielo” della rivelazione primordiale. I santi vivono la luce, il calore e la vita del paradiso. L’oro celeste, il blu e il bianco si irradiano nelle loro vite e attraverso le loro vite.
Da un punto di vista ermetico, essi sono chiamati – o dovrei dire “condannati”? – a vivere né per il giorno terrestre né per il Giorno celeste, ma sono piuttosto immersi nella Notte, nella profonda oscurità delle misteriose relazioni tra cielo e terra. Il pensare che unisce cielo e terra, che è in egual misura immanente in ogni struttura fenomenica terrestre e in ogni ente noumenico celeste, è quello che è visione e comprensione della totalità delle cose, potere di rivelazione e di proiezione.
I santi non aspirano al pensiero cosmico, alla comprensione della totalità delle cose, ma piuttosto alla vita divina.
E i metafisici? Non aspirano i filosofi idealistici alla totalità delle cose, ad afferrarla attraverso il pensiero?
Platone, il padre della filosofia metafisica, ha avuto esperienza del pensare trans-cerebrale, del pensiero che non è concepito bensì visto. È il motivo per cui egli fu in grado di insegnare il metodo dell’elevazione graduale oltre l’intelletto cerebrale: l’elevazione da un opinione (doxa, gr. δόξα), che è possibile, a una conclusione (dianoia, gr. διάνοια), che è probabile, per mezzo dell’argomentazione dialettica e, infine, da una probabile conclusione alla certezza della percezione immediata (episteme, gr. ἐπιστήμη). È attraverso l’episteme, attraverso la percezione immediata, che egli ebbe l’esperienza del pensiero oggettivo, del pensiero cosmico, che chiamò il “mondo delle idee”. Dopo aver avuto l’esperienza di idee che non sono concepite o inventate attraverso l’intelletto cerebrale soggettivo, ma percepite e contemplate attraverso l’episteme, Platone commise un errore – aggiungiamo piuttosto comprensibile – popolando le alte sfere del mondo spirituale con le idee, sebbene non esista un “mondo delle idee” come mondo delle sfere a sé. Il mondo nella sua interezza è popolato solo da esseri individuali, e le idee vivono ed esistono solo in loro, attraverso di loro e in relazione tra di loro. Le idee sono certamente reali, ma come realtà immanente, non come realtà separata. Le idee vivono solo in una determinata coscienza – che sia quella divina, delle gerarchie angeliche o dell’uomo.
Ma esse possono anche essere proiettate all’esterno, incarnate in simboli e formule, e quindi conservate nel mondo oggettivo spirituale. Quest’intera operazione di proiezione, incarnazione e conservazione delle idee è chiamata dall’ermetismo “scrittura del libro”. È di tale libro che parla l’Apocalisse quando dice:
E vidi nella destra di Colui che sedeva sul trono, un libro scritto di dentro e di fuori, sigillato con sette suggelli.
— Apocalisse di Giovanni 5:1
È pure così per il “Sacro Libro (o Libri) di Toth” di cui parla il Kore Kosmou.
Ora, Platone, elevandosi al di sopra dell’intelletto cerebrale, ebbe un incontro con il “Sacro Libro di Toth”, con i “simboli sacri degli elementi cosmici”, che sono “oltre la portata della distruzione e del decadimento”, e che stanno nel “santuario dei luoghi eterni” che appartiene a Ermete. Come ermetista, Platone conseguì il “santuario”, ma come filosofo speculativo mancò di apprezzare il fatto magico di un monumento spirituale vivente dandone un’interpretazione – che fu più tardi declinata dal suo discepolo Aristotele – che non è magica ma “razionale”, postulando un “mondo delle idee” oltre il mondo dei fenomeni.
Qui sta l’errore fondamentale di tutta la filosofia metafisica, da Platone sino ad oggi. Essa ipostatizza le idee. Le idee vivono soltanto nella coscienza degli individui o sono presenti in potenza nei libri – nei libri scritti e visibili, come le Sacre Scritture, nei libri invisibili, che sono monumenti spirituali viventi operati dalla magia divina e, infine, nel mondo intero, che è anche un grande libro che contiene in potenza le idee della sua creazione e del suo destino espresse attraverso il simbolismo dei fatti.
Questo è il modo in cui l’ermetismo differisce dal misticismo religioso e dalla filosofia metafisica. L’ermetismo come aspirazione alla totalità delle cose non è né una scuola, né una setta, né una comunità. È il destino di una certa classe o gruppo di anime. Perché vi sono anime che devono necessariamente aspirare alla “totalità delle cose”, e che sono esortate dal fiume della corrente del pensiero, che non si ferma mai, sempre scorrendo in avanti e sempre più avanti, senza sosta … Non c’è sosta per queste anime; esse non possono, senza rinunciare alla loro esistenza, lasciare questo fiume di pensiero, che scorre incessantemente – sia in gioventù che nell’età matura e nella vecchiaia – senza fermarsi, da un’oscurità che necessita della luce a un’altra oscurità che dev’essere penetrata. Così era, è e sarà il mio destino. E indirizzando queste Lettere all’Amico Sconosciuto, io mi rivolgo a colui che condivide questo mio destino.
Signor Professore, perdoni la mia arrogante e immodesta (se non puerile, ai suoi occhi) aspirazione – l’aspirazione a una certezza personale verso la totalità delle cose – che lei, nella sua opera fertile e industriosa, spera di conseguire solo dopo secoli di sforzi collettivi da parte di generazioni di scienziati. Ma almeno so di esserle infinitamente grato, e che lei ha in me un discepolo sempre entusiasta di imparare con rispetto e gratitudine, e che non pretenderebbe mai di indottrinarla, qualunque cosa possa essere.
Signor Sacerdote, mi perdoni per quello che pensa essere orgoglio umano che vuole penetrare nei misteri di Dio, invece di inchinarsi di fronte alla bontà e saggezza divine, accettando con umiltà, come si addice a un Cristiano, le verità rivelate della saggezza che – finché praticate – soddisfanno al benessere, alla felicità e alla salvezza dell’anima. Glielo dico come fosse una confessione: Non sono in grado di non aspirare alle profondità, alle altezze e alle ampiezze della verità onnicomprensiva, alla comprensione della totalità delle cose. Ho sacrificato l’intelletto (sacrificium intellectus) in tutta sincerità e senza riserve, ma quale intensificazione della vita di pensiero, quale incremento di ardore nell’aspirazione alla conoscenza spirituale ne sono conseguiti! So che le verità della salvezza rivelata e trasmessa del Concilio della Santa Chiesa sono entrambe necessarie e sufficienti alla salvezza, e non ho alcun dubbio che non sia così, e mi impegno al mio meglio per praticarle; ma non sono in grado di arrestare la corrente del fiume che mi conduce verso misteri che forse sono pensati solo per i santi – forse solo per gli Angeli – che in ogni caso so senza alcun dubbio essere riservati ad esseri più meritevoli di me. Padre, mi darà l’assoluzione?
Qualunque cosa accada, posso solo echeggiare le parole di Giacobbe:
Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto.
— Genesi 23:26
- Si calcola che i dinosauri e grandi rettili vissero sulla Terra per approssimativamente 165 milioni di anni sino alla fine del Cretaceo quando, circa 65 milioni di anni fa, un evento catastrofico – l’impatto di un asteroide – pose fine all’era rettiliana. ↩︎
- Tratto da Luca 16:8, sulla parabola del fattore infedele: “E il padrone lodò il fattore infedele perché aveva operato con avvedutezza; perché i figlioli di questo secolo, nelle relazione con quelli della loro generazione, sono più accorti dei figlioli della luce.” ↩︎
- Nelle raffigurazioni cinesi il drago, o l’essere teriomorfo cavallo-drago, è in realtà privo di ali, perché si considera che, appartenendo al regno spirituale, non ha bisogno di ali per volare. Anche qui il suo potere è sull’acqua e sulle sue manifestazioni metereologiche ↩︎
- Ezechia (VIII sec. – VII sec. a.C.) fu il 13mo re di Giudea. Durante il suo regno di 29 anni fu testimone della distruzione della parte nord del regno di Israele ad opera del re assiro Sargon (772 a.C.). Introdusse riforme religiose volte a imporre la sola venerazione di Geova e la conseguente eradicazione del culto del Serpente di Bronzo oggetto di devozione a Gerusalemme. ↩︎
- I Naasseni (forse dall’ebraico nahash, נָחָשׁ, serpente) erano una setta gnostico cristiana di cui si ha notizia solo attraverso i resoconti dei Philosophumena di Ippolito vescovo di Roma (c. 170 – c. 235 d.C.). Essi sostenevano che le loro dottrine furono trasmesse da Marianna, una discepola di Giacomo il Giusto, il fratello di Gesù. Nei loro insegnamenti consideravano il primo uomo, chiamato Adamas, come essere androgino dotato di tre nature, materiale, psichica e spirituale. In Gesù le tre nature erano combinate, così che egli poteva parlare a tutte e tre le classi di uomini, mentre gli uomini erano suddivisi in base alla loro natura dominante. Nei loro templi onoravano il serpente in quanto “essenza umida” dell’universo, senza la quale nessun essere, mortale o immortale, poteva sussistere. Alcuni autori esoterici suggeriscono un riferimento a Kuṇdalini, la forza generativa che applicata allo spirito porta all’elevazione. ↩︎
- L’origine della parola fohat è soggetta a differenze di opinione tra gli scrittori teosofici. La tesi più accreditata la vede come di origine turaniana (la Turania è una storica regione centro-asiatica). Nel suo Glossario Teosofico, H. P. Blavatsky ne accredita l’origine tibetana, come termine occulto per Daiviprakṛti, la Luce Primordiale. ↩︎
- Mahat è un termine sanscrito per Grande Principio, o Mente Cosmica Universale, identica a Brahmā. ↩︎
- Stanislas de Guaita (1861-1897) fu un poeta parigino esperto di esoterismo e membro attivo dell’Ordine Rosacroce. Fu particolarmente influenzato dagli scritti di Éliphas Lévi. Nel 1888 fondò l’Ordine Cabalistico della Rosa-Croce, che tra i suoi membri annoverava Papus, Péladan e Antoine de La Rochefoucauld, con i quali ebbe in seguito dei disaccordi per questioni dottrinali. Morì a 36 anni. ↩︎
- Le Stanze di Dzyan sono, secondo H. P. Blavatsky, parte del Libro di Dzyan, un testo di origini tibetane che la Blavatsky sostiene di aver visto in forma manoscritta durante un soggiorno di studio in Tibet; le Stanze formano la base di un testo fondamentale della Teosofia, La Dottrina Segreta. Originariamente scritte in un linguaggio segreto e sconosciuto alla moderna filologia – il Senzar – trattano principalmente della genesi dell’universo. ↩︎

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