La Vittoria sul Dualismo

Estratti dall’opera: Meditation on the Tarot: A Journey Into Christian Hermeticism, London 1982 – Trad. dall’inglese, adattamento e note di Daniele Duretto

Lettera X

— Ecclesiaste 1:3-9

— Tratto dal Credo 1

Ecclesiaste 1:17-18

— Matteo 5:4

Caro Amico Sconosciuto,

Di fronte a noi sta una ruota che gira, e tre figure in forma animale di cui due (la scimmia e il cane) girano la ruota, mentre la terza (la sfinge) è estranea al moto rotante: è seduta su una piattaforma sopra la ruota. La scimmia discende per risalire nuovamente; il cane risale per discendere nuovamente. Prima l’una e poi l’altra figura passano davanti alla sfinge. Le domande semplici e naturali che sorgono spontaneamente quando si osserva la Carta sono:

Perché la scimmia e il cane girano con la ruota? Cosa ci fa la sfinge lì? Quante volte la scimmia e il cane passano davanti alla sfinge? E perché ci sono questi incontri con la sfinge?

Una volta poste queste semplici domande, ci troviamo già nel cuore del decimo Arcano, immersi nella sfera dei concetti e idee che esso è chiamato a risvegliare.

In effetti, la sola ruota, senza i due passeggeri e senza la sfinge sedutavi in cima, già evoca l’idea di cerchio o, tuttalpiù, di moto circolare. La ruota con i due animali, quello che sale e quello che scende – senza la sfinge in alto – evoca l’idea di un gioco vano e assurdo.

Ma la ruota che gira con i due passeggeri e la sfinge che domina l’insieme induce lo spettatore a chiedersi se questo non sia un arcano, cioè la chiave che si deve conoscere per essere in grado di orientarsi, in questo caso nel dominio dei problemi e dei fenomeni che riguardano il moto circolare degli esseri viventi. È in special modo la sfinge sopra la ruota a darci una scossa intellettuale e ad esortarci nella ricerca dell’Arcano di questa Carta.

Ora, ci sono due ordini di idee relative alla relazione genetica e alla genesi comune dei quattro regni della Natura – il regno minerale, il regno vegetale, il regno animale e il regno umano – che hanno la loro origine nella vita intellettuale dell’umanità. Uno è basato sull’idea della Caduta, cioè della degenerazione e discesa dall’alto verso il basso. Secondo questa classe di idee, non è la scimmia ad essere antenata dell’uomo, ma piuttosto, al contrario, è l’uomo ad essere antenato della scimmia, dove quest’ultima ne è il discendente degenerato e degradato. E i tre regni della Natura al di sotto del regno umano sono, secondo quest’insieme di idee, il residuo proiettato o esteriorizzazione dell’essere onnicomprensivo primordiale, o Adamo, che è il prototipo e sintesi originale di tutti gli enti che compongono i quattro regni della Natura.

L’altra classe di idee comprende l’idea di evoluzione, cioè del progresso che trasforma dal basso verso l’alto. Secondo questa categoria di idee, è l’entità più primitiva – sia dal punto di vista della coscienza che della struttura biologica – all’origine di tutti gli esseri nei quattro regni della Natura nonché antenato comune.

La Carta del decimo Arcano del Tarocco rappresenta una scimmia – cioè un animale il cui volto conserva ancora delle fattezze che non si stentano a riconoscere come umane – che cade. Perché non è la scimmia che discende, ma piuttosto è il movimento della ruota che la trascina. Discendendo, la scimmia solleva la testa perché non sta scendendo di sua spontanea volontà. Da dove scende – questo animale con un volto che conserva caratteristiche umane?

Scende dal luogo dove è assisa la sfinge. La sfinge alata e incoronata, con la testa umana e il corpo animale e che imbraccia una spada bianca, rappresenta il piano e lo stadio dell’essere da cui si allontana la scimmia e verso cui il cane si avvicina.


Ora, se voi aveste avuto il compito di raffigurare l’idea della Caduta nel senso di degenerazione dall’essere onnicomprensivo – il prototipo di tutta la Natura – non avreste mostrato la sfinge coronata in alto come unica figura possibile per rappresentare l’unità del regno umano e animale, essendo quest’ultimo a sua volta la sintesi dei regni vegetale e animale? E non avreste tratteggiato una figura discendente in procinto di animalizzarsi, privata della corona, della spada e delle ali, ma con delle fattezze che ancora testimoniano le sue origini, ovvero non avreste scelto la scimmia a rappresentare la transizione dallo stato prototipale di essere onnicomprensivo allo stato di essere decaduto e particolarizzato? Non si presta meravigliosamente la scimmia a simbolo dell’animalizzazione attuata a spese degli elementi umani e angelici dell’essere prototipale?

D’altro canto, se aveste voluto fornire un’espressione visuale del rimpianto della caduta e degli esseri divisi per la perdita dello stato di pienezza e integrazione, non avreste scelto il cane, l’animale più appassionatamente attratto e attaccato all’elemento umano, come simbolo dell’aspirazione animale verso l’unione con la natura umana, cioè l’aspirazione verso la sfinge, dove la natura animale è unita a quella umana?

La Carta del decimo Arcano insegna quindi, attraverso un contesto concreto, un organismo di idee che si collegano al problema della Caduta e della Rintegrazione, secondo la tradizione ermetica e biblica. Essa ritrae l’intero ciclo, includendo sia l’ascesa che la discesa, mentre il “trasformismo” della scienza moderna occupa solo la metà del ciclo, vale a dire la metà ascendente o evolutiva. Il fatto è che alcuni eminenti scienziati (come Edgar Dacqué 2 in Germania e Pierre Teilhard de Chardin in Francia) avanzano il postulato della preesistenza – anche solo potenziale – di un prototipo per tutti gli esseri, che è la causa sia effettiva che definitiva dell’intero processo evolutivo, e questo postulato da solo rende intelligibile l’evoluzione. Tuttavia, in nessun modo ciò cambia il fatto che la scienza opera sulle basi della supposizione fondamentale che il minimo è l’antenato del massimo, il semplice è l’antenato del complesso, e che è il primitivo che produce l’organismo più sviluppato e la coscienza, sebbene per il pensiero (ovvero la ragione) ciò sia totalmente incomprensibile. Questo presupposto scientifico di base rende incomprensibile l’evoluzione perché trascura la metà del ciclo, cioè tutto quello che precede – anche solo in ordine cognoscenti – lo stato di primitività da cui la scienza trae il suo punto di partenza. Perché è necessario rinunciare al pensiero e ridursi in uno stato letargico per essere seriamente in grado di credere che l’uomo si sia evoluto dalle particelle primitive e inconsce della nebbia primordiale che formavano una volta il nostro pianeta, senza che questa nebbia avesse in sé i semi di tutte le possibilità di un’evoluzione futura, che è il processo di “sfarfallamento”, cioè il processo di transizione da uno stato potenziale a uno stato effettivo 3.

Pertanto, Arnold Lunn 4, curatore del libro Is Evolution Proved, scrive che gli sarebbe certamente piaciuto credere nell’evoluzione e accettarla come dimostrata, se avesse potuto superare quattro difficoltà, inclusa la seguente:

… perché il fatto è che nessun evoluzionista ha mai prodotto un’ipotesi plausibile, ancor meno una teoria supportata dall’evidenza, che suggerisca come un processo puramente naturale possa evolvere dal fango, dalla sabbia, dalla nebbia e dai mari del pianeta primevo, sino a divenire il cervello che ha concepito la Nona Sinfonia di Beethoven e che reagisce alla bellezza della musica, dell’arte e della Natura.

— Un dibattito tra D. Dewar e H. S. Shelton – Is Evolution Proved? – London 1947, p. 333

È mio gravoso dovere dover aggiungere al brano citato la replica di William S. Beck 5, autore di Modern Science and the Nature of Life, sulle difficoltà su cui Arnold Lunn attira l’attenzione. Egli dice:

Sembra che gli argomenti contro l’evoluzione siano un puro broccato metafisico, adornato con arte così da oscurare la stringente evidenza scientifica.

— William S. Beck – Modern Science and the Nature of Life – London 1961, p. 133

Broccato metafisico o meno, non ha importanza; il fatto dell’incomprensibilità, per il pensiero umano, della teoria (non dei fatti!) dell’evoluzione avanzata dalla scienza rimane nondimeno un fatto. È e sempre sarà incomprensibile in quanto prende in considerazione solo la metà dell’intero ciclo evolutivo, rifiutando di accettare l’altra metà del ciclo, quello dell’involuzione, o della Caduta, che l’avrebbe reso intelligibile.


Ora, il decimo Arcano Maggiore del Tarocco rappresenta un cerchio, una ruota che comprende sia la discesa o partenza o l’allontanamento dal prototipo onnicomprensivo dell’essere all’ascesa verso questo essere.

La dottrina del ciclo involutivo ed evolutivo è generalmente uno stereotipo della letteratura occulta, ma non è così quando si tratta di involuzione intesa come Caduta e di evoluzione intesa come salvezza. C’è un mondo di differenza tra la dottrina orientale che riguarda il “processo” semiautomatico di involuzione ed evoluzione, e la dottrina ermetica, biblica e cristiana che riguarda la Caduta e la salvezza. La prima vede nel ciclo di involuzione-evoluzione solo un processo esclusivamente naturale, simile al processo respiratorio di un organismo vivente – animale o umano. La tradizione ermetica, biblica e cristiana, al contrario, vede qui una tragedia cosmica e un dramma colmo di sommi pericoli e rischi che implicano i termini tradizionali di “perdizione” e “salvezza”.

Caduta, perdizione, redenzione, salvezza sono parole che, a dire il vero, sono prive di significato, sia per l’evoluzionista spiritualmente orientato che per l’evoluzionista scientificamente orientato. Il primo vede nell’evoluzione cosmica l’eterno movimento circolare di esteriorizzazione e interiorizzazione – l’esalazione e l’inalazione della respirazione cosmica divina. Quale Caduta, allora? Quale rischio, quale perdizione? Quale redenzione, e da cosa? Quale salvezza? L’intero inventario delle idee fondamentali giudaico-cristiane sono inapplicabili in un mondo che spontaneamente (e inevitabilmente) si evolve.

Chi ha ragione? Quelli per cui l’evoluzione è un processo organicamente determinato in cui la discesa e l’ascesa sono solo due fasi successive di una singola vibrazione cosmica? O quelli che vedono nell’evoluzione una tragedia cosmica e un dramma la cui essenza e leitmotiv corrisponde alla parabola del figliol prodigo? 6

Cosa è giusto? I passeggeri di un battello che hanno i biglietti per il viaggio sbagliano se considerano l’insieme del battello e dell’equipaggio come un mezzo di navigazione – che li trasporta a destinazione seguendo una rotta determinata? Per i viaggiatori, il viaggio in mare è un “processo naturale”, qualcosa che accade da sé, posto che il biglietto per il viaggio sia pagato.

Ma il capitano, gli ufficiali e gli altri membri dell’equipaggio possono considerare la traversata in mare alla stregua dei passeggeri? Evidentemente no. Per coloro che hanno la responsabilità del viaggio, la traversata significa lavoro, osservazioni, manovre di orientamento per rimanere in rotta e tanta responsabilità per ogni cosa. Per l’equipaggio, quindi, il viaggio non è in alcun modo un tipo di “processo naturale”, qualcosa che accade quasi da solo. Al contrario, per loro è sforzo, sacrificio e rischio.

È lo stesso con l’evoluzione. La si vede come “processo naturale” quando la si guarda con gli occhi del passeggero, e la si vede come “dramma e tragedia” quando la si guarda attraverso gli occhi dei membri dell’equipaggio. Il determinismo e il fatalismo – inclusi il naturalismo e il panteismo – collocano la responsabilità da qualche parte oltre l’essere umano morale: nella Natura, in Dio, nelle stelle. Ciò perché nel loro insieme il determinismo o il fatalismo sono una manifestazione della mentalità e della psicologia del passeggero.

L’evoluzione vista attraverso gli occhi del passeggero, cioè vista come qualcosa che funziona da sé, non è tuttavia un’illusione. Vale a dire, si può in effetti trovare una prova dell’esistenza di un “processo evolutivo” che, a livello fenomenologico, funziona da sé. Ma quali sforzi, quali sacrifici, quali errori e quali trasgressioni si nascondono dietro la facciata fenomenologica del “processo evolutivo” e del “progresso universale” – accertati e ancora da accertare. Qui siamo giunti al cuore del problema “essoterismo – esoterismo”. L’essoterismo vive di “processi”, l’esoterismo di drammi e tragedie. Gli antichi misteri erano drammi e tragedie – è qui che giacciono i loro caratteri esoterici. L’essoterismo corrisponde alla mentalità e alla psicologia del passeggero, l’esoterismo a quello di un membro dell’equipaggio.

Ma ripeto: l’essoterismo non è una pura e semplice illusione. Perché se a Sodoma e Gomorra fossero stati trovati dieci uomini giusti, Dio avrebbe risparmiato quelle città 7. E i loro abitanti avrebbero proseguito il “processo di evoluzione” della loro civilizzazione e dei loro costumi. È vero che non avrebbero congetturato la preghiera di Abramo né il ruolo che i dieci giusti avrebbero avuto nella possibilità per loro di continuare il “processo della loro evoluzione”, ma avrebbero continuato questo processo di fatto.

È così per tutta l’evoluzione. Perché c’è una selezione naturale e c’è una selezione – o elezione – spirituale. Gli abitanti di Sodoma e Gomorra avevano peccato contro Natura ed erano stati respinti per selezione naturale, ma sarebbero stati in grado di sopravvivere se si fossero trovati tra loro dieci uomini giusti. Allora la selezione spirituale li avrebbe risparmiati, avendo un debito con dieci uomini giusti. Il fatto di evolversi e di dare rifugio tra loro ai dieci uomini giusti sarebbe stato sufficiente per giustificare le continuazione della loro esistenza, sebbene i loro costumi fossero contrari alla Natura. La “selezione spirituale” ha prevalso, quindi, sulla “selezione naturale” o, in altre parole, l’esoterismo ha determinato e salvato la vita essoterica.

L’esoterismo non è dunque vita e attività che cercano segretezza. È basato sulla mentalità e psicologia dell’equipaggio, e i suoi “segreti” sono segreti solo in quanto la mentalità e psicologia dei passeggeri è tale da rifiutare di partecipare alle responsabilità. Allo stesso tempo non vi è errore più grande di quello di voler “organizzare” una comunità o fratellanza chiamata a esercitare sia il ruolo di strumento per la selezione o elezione spirituale, sia il ruolo di élite spirituale. Perché non si può assumere la funzione di elezione né considerarsi un eletto. Sarebbe moralmente mostruoso se un gruppo di persone dicesse: “Sceglieremo dieci uomini che sono giusti per i nostri tempi”, o “siamo i giusti del nostro tempo”. Perché non ci si elegge; si è eletti. La conoscenza del fatto della “selezione spirituale” o elezione, e del ruolo che gioca nella storia dell’umanità e nell’evoluzione in generale può quindi certamente dar luogo alla nascita di un falso esoterismo, cioè alla formazione di gruppi, comunità o fraternità che si credono autorizzati ad eleggere, o che si credono eletti. I “falsi profeti” e i “falsi eletti (Cristi)” – di cui parla il Vangelo – sono, e saranno, prodotti attraverso un falso esoterismo coltivato da coloro che si assumono il diritto di elezione o “selezione spirituale”. Si può aggiungere che nessun santo cristiano ha mai considerato se stesso altro che un grande peccatore, e che non c’è uomo giusto o profeta del Vecchio Testamento che non fu chiamato o scelto dall’alto.


Ma torniamo al soggetto dell’evoluzione.

L’evoluzione, come concepita essotericamente, è un processo cosmico – biologico o spirituale, non ha importanza – mentre esotericamente è concepito come dramma o “mistero” nel senso degli antichi misteri. Ed è solo per l’evoluzione così concepita che le idee di Caduta, perdizione, redenzione e salvezza diventano non solo applicabili ma anche necessarie.

Consideriamo in primo luogo le idee di “perdizione” e di “salvezza”, e cerchiamo di capirle a livello di evoluzione cosmica – o di dramma cosmico.

Non essere scioccato, caro Amico Sconosciuto, e perdonami, perché racconterò di un mito – un mito cosmico dalla gnosi – né antico né moderno, ma della gnosi eterna; perché il dramma cosmico è in realtà un mito fatto carne, e dev’essere visto in questo modo prima di trarne le principali lezioni intellettuali. Quindi narrerò il mito allo scopo di trarre da esso alcune idee, che sono in relazione con l’Arcano del Tarocco di cui ci stiamo occupando:


Perciò il settimo giorno è benedetto e santificato, perché non è il giorno del mondo e del movimento del mondo, ma piuttosto quello del solo Padre. È la settima parte del cerchio del moto del mondo, quando Egli si ritira e diviene immobile e silente.

Così avvenne che il cerchio del movimento del mondo non si chiuse, ma rimase aperto. E il settimo giorno fu santificato e benedetto come spazio aperto nel cerchio del movimento del mondo, di modo che gli esseri del mondo avessero accesso al Padre e il Padre accesso al loro.

Ma il serpente disse: Non c’è libertà per il mondo, in quanto in cerchio del mondo non è chiuso. Perché la libertà è essere in se stessi, senza interferenze dall’esterno, specialmente dall’alto, da parte del Padre. Il mondo seguirà sempre la volontà del Padre, e non la propria, finché ci sarà un’apertura nel cerchio del mondo, finché esisterà il Sabbath.

E il serpente si mise la coda in bocca formando così un cerchio chiuso. Si mise a ruotare con forza creando quindi nel mondo un grande vortice che afferrò Adamo ed Eva. E gli altri esseri, sui quali Adamo aveva impresso i nomi che aveva loro assegnati, li seguirono.

E il serpente disse agli esseri del mondo di passare dalla parte del cerchio chiuso che aveva formato prendendosi la coda in bocca e mettendosi a ruotare: Questo è la vostra strada – partirete dalla mia coda e arriverete alla mia testa. Così avrete traversato la lunghezza del cerchio del mio essere e avrete entro di voi l’intero circolo chiuso, e sarete quindi liberi come io lo sono.

Ma la donna stava a guardia della memoria del mondo aperto al il Padre e al santo Sabbath. Ed ella si offrì di lacerare il cerchio che era in lei per generare i figli che provengono dal mondo di là, dal mondo dove c’è il Sabbath. Da qui ebbe origine la sofferenza della sua gravidanza, da qui ebbe origine la sofferenza su questo lato del mondo del serpente.

E venne l’ostilità tra la donna e il serpente, tra le generazioni della donna, che partorivano con dolore, e le generazioni del serpente, che partorivano con piacere. La prima schiaccerà la testa del serpente e il serpente ferirà il tallone della donna. Perché la donna si muove in senso contrario al movimento del serpente, e la sua testa raggiunge la coda del serpente, e i suoi talloni toccano la testa del serpente. Questo è perché nel mondo (che è la corrente del serpente) la sofferenza è il suo contro-movimento. Fu attraverso il contro-movimento della sofferenza che si originò la contro-corrente (dei figli della donna) che è il pensiero nato dalla sofferenza e dalla memoria del mondo del Sabbath.

Quindi, i figli della donna innalzarono gli altari per il Padre, da questo lato del mondo del serpente. Ed Enosh 8, figlio di Seth 9, non solo venerava il Padre, ma conobbe anche il suo Nome. Iniziò a invocare il nome del Padre. Ma Enoch 10, un discendente di Seth, andò ancora oltre: egli “camminò” con Dio (Genesi 5:22). Non sperimentò il gusto amaro della morte che, per gli esseri viventi da questa parte del cerchio del serpente, è l’uscita dal cerchio chiuso del serpente, perché egli fu “preso” dal Padre (Genesi 5:24). Perché quella volta l’aspirazione verso il Padre riuscì a trapassare il cerchio del serpente e ad aprire un varco nel cerchio chiuso.

Quindi, iniziazione e profezia poterono sussistere da questo lato del mondo del serpente. L’iniziazione tenne in vita la memoria del mondo del Sabbath, e la profezia alimentò la speranza della liberazione dal cerchio del serpente e della futura rifondazione del mondo del Sabbath.

I Buddha insegnarono la via per uscire dal mondo del serpente e per giungere al riposo del Sabbath.

Ma i profeti proclamarono la trasformazione del mondo del serpente dal suo interno attraverso la venuta del Verbo che vivrà nel mondo del serpente e ristabilirà nel mondo del serpente non solo il Sabbath ma anche gli altri sei giorni della creazione così com’erano prima che un terzo degli esseri da ciascuno di essi fosse estirpato e spazzato via dal vorticoso turbinio del serpente (cf. Apocalisse 12:4) 11.

Questo accadde. La Donna-Vergine, che è l’anima del contro-movimento verso il serpente e della sofferenza scaturita sin dall’inizio del mondo del serpente, ricevette, concepì e diede i natali al Verbo del Padre. “E la Parola è stata fatta carne, ed ha abitato un tempo fra noi nel mondo del serpente, piena di grazie e di verità” (cf. Giovanni 1:14) 12.


Questo è il mito cosmico, il dramma esoterico che sottende il “processo evolutivo” essoterico. Esso espone, in primo luogo, l’idea di ciclo aperto e di ciclo chiuso. Il ciclo aperto – o spirale – è il mondo, prima della Caduta, dei sei giorni della creazione coronato dal settimo giorno, il Sabbath cosmico, che corrisponde a quello che si designa in matematica come il “passo della spirale”. Esso suggerisce l’idea di una crescita e di un avanzamento illimitati essendo, attraverso la sua forma, l’introduzione all’anticamera dell’eternità. Promette progressi illimitati.

Il cerchio chiuso, in contrasto, è inizialmente solo una prigione, per quanto estesa possa essere. È una ruota che gira su se stessa e che quindi non suggerisce un avanzamento oltre il suo cerchio. L’idea che suggerisce il cerchio chiuso – o ruota – e quella dell’eterna ripetizione.

Tre personalità storiche hanno vividamente ritratto l’idea della ruota cosmica, sebbene ciascuno di loro l’abbia fatto in modo differente. Esse sono: Gautama Buddha, Salomone e Friedrich Nietzsche.

Il primo parlò della “ruota delle incarnazioni”, dove nascita, malattia, invecchiamento e morte si ripetono senza fine. L’illuminazione del Buddha sotto l’albero della Bodhi gli rivelò tre verità: quella che il mondo è una ruota di nascita e morte, che il suo movimento è fondamentalmente nient’altro che sofferenza, e che c’è una via verso il centro della ruota, che è immobile.

Re Salomone ebbe esperienza della ruota – non quella dell’incarnazione del Buddha – ma quella del fato inesorabile, che rende vana tutta la speranza e lo sforzo umani:

Vanità delle vanità; tutto è vanità. Che profitto ha l’uomo di tutta la fatica che dura sotto il sole? Una generazione se ne va, un’altra viene, e la terra sussiste in perpetuo. Anche il sole si leva, poi tramonta, e s’affretta verso il luogo da cui si leva di nuovo. Il vento soffia verso il mezzogiorno, poi gira verso settentrione; va girando, girando continuamente, per ricominciare gli stessi giri. Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie; al luogo dove i fiumi si dirigono, tornano a dirigersi sempre … Quel che è stato è quel che sarà, quel che è stato fatto è quel che si farà; non v’è nulla di nuovo sotto il sole.

Ecclesiaste 1:3-7, 9

Ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole; ed ecco tutto è vanità e un correr dietro al vento. Ciò che è sorto non può esser raddrizzato, ciò che manca non può essere contato … ed ho applicato il cuore a conoscer la sapienza, e a conoscere la follia e la stoltezza, ed ho riconosciuto che anche questo è un correr dietro al vento. Poiché dov’è molta sapienza vi è molto affanno, e chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore.

Ecclesiaste 1:14-15, 17-18

Questa è la ruota dell’esistenza sotto il sole di cui Salomone, il saggio e afflitto re di Gerusalemme, ebbe una visione. E quale consiglio pratico affida ai posteri? Quello della disperazione suprema, come segue:

Non vi è nulla di meglio per l’uomo del mangiare, del bere e del far godere all’anima sua il benessere in mezzo alla fatica … Rallegrati pure, o giovane, durante la tua adolescenza, e gioisca pure il cuor tuo durante i giorni della tua giovinezza; cammina pure sulle vie dove ti porta il cuore e seguendo gli sguardi degli occhi tuoi; ma sappi che, per tutte queste cose, Dio ti chiamerà in giudizio. Bandisci dal tuo cuore la tristezza, e allontana dalla tua carne la sofferenza; poiché la giovinezza e l’aurora sono vanità.

Ecclesiaste 2:24, 12:1-2

È la disperazione che fece profeta Salomone nel Vecchio Testamento e diede alla sua opera uno spazio tra i Salmi e i libri dei profeti. Perché Salomone ritrae il vuoto – che lui chiama “vanità” – del mondo del serpente e pertanto mette in rilievo il dilemma: suicidio, o salvezza da parte di Dio. Perché sopra la ruota girevole della vanità vi è DIO.

La disperazione di Salomone appartiene sicuramente alle Sacre Scritture. Egli ritrae il mondo senza Cristo – il che, inoltre, fece anche il Buddha. La tristezza di Salomone è il sospiro della creazione per la salvezza, che in lui è divenuto conscio.

Perciò il Buddha diagnosticò correttamente il mondo del serpente prima di Cristo; Salomone pianse su di esso; ma Nietzsche – quale mostruosità! – cantò su di esso. Sì, Nietzsche vide e comprese la ruota, il cerchio chiuso senza sbocco, del mondo del serpente, e disse “Sì” ad esso. Ebbe la visione dell’eterna ripetizione, l’”eterno ritorno” (ewige Wiederkunft) – e l’identificò con l’eternità, sebbene sia proprio l’opposto dell’eternità:

Oh, come non potrei bruciare per l’Eternità e per l’anello degli anelli matrimoniali – l’anello del ritorno? Non ho ancora trovato la donna da cui mi piacerebbe avere dei figli, a meno che non sia questa la donna che amo: perché io ti amo, o Eternità! PERCHÉ IO TI AMO, O ETERNITÀ!

— Friedrich Nietzsche – Thus Spake Zarathustra – London 1958, p. 204

– così egli canta della ruota che il Buddha diagnosticò come grande sventura e che Salomone valutò essere la vanità delle vanità.

Lirismo poetico? È più di questo! Certamente Nietzsche diede una forma poetica a quello che pretese essere una sua illuminazione. Ma questo fu solo il riassunto delle conseguenze ultime tratte dalla scienza moderna – non come metodo, ma piuttosto come visione del mondo. Di fatto, secondo la scienza positivistica della fine del diciannovesimo secolo, il mondo è la somma totale delle innumerevoli combinazioni di particelle discrete, di atomi. Le combinazioni cambiano senza fine, ma allo stesso tempo il numero di possibili combinazioni atomiche deve necessariamente raggiungere il suo limite e il numero di nuove combinazioni deve esaurirsi. Poi, le combinazioni precedenti si devono ripetere. Quindi ci sarà un giorno in futuro che sarà l’esatta ripetizione di quello odierno. Questa è la base scientifica dell’”eterno ritorno”.

La credenza nell’eterno ritorno ha la sua base non solo nel calcolo delle possibili combinazioni atomiche ma anche nel dogma scientifico della costanza quantitativa nel mondo tra materia ed energia. Nulla scompare, nulla appare nel mondo. La somma totale di materia ed energia nel mondo è costante. È impossibile che questa somma aumenti o diminuisca. Ad essa non si può aggiungere né togliere nulla. Il mondo è un circolo chiuso da cui nulla fugge e in cui non entra nulla.

Ora, dato che il mondo è una quantità determinata, è calcolabile. In ultima analisi, è solo un determinato numero di particelle e/o di unità di energia. Quindi il numero di combinazioni di queste particelle non è più illimitato. A un certo punto il limite dev’essere raggiunto. E allora si ripeteranno le combinazioni passate … L’”eterno ritorno” di ogni cosa è dunque una conclusione inevitabile, in un mondo considerato un ciclo chiuso.

In un mondo che è un ciclo chiuso, in cui materia ed energia sono una quantità costante, non vi sono miracoli. Perché la nozione cosmica di “miracolo” implica l’incostanza della quantità di materia ed energia nel mondo. Un miracolo accade quando l’energia del mondo subisce un incremento o una diminuzione. Ciò presuppone un’apertura nel cerchio del mondo. Perché un miracolo sia possibile, il mondo dev’essere un cerchio aperto, il mondo dev’essere una spirale, cioè deve avere una sfera “non creata” o “Sabbath”, secondo il mito cosmico narrato in precedenza.

Ora, la religione – tutte le religioni – insegnano che il mondo è un cerchio aperto. Per tale ragione esse insistono sulla realtà dei miracoli. I miracoli (“il soprannaturale”) sono una realtà attiva oltre il cerchio della Natura, che è chiuso. Questa è la realtà del Sabbath cosmico.

La “buona novella” della religione è che il mondo non è un cerchio chiuso, non è una prigione eterna, vale a dire ha un’uscita e un ingresso. C’è un ingresso, ed è il motivo per cui il Natale è una festa di gioia. C’è un’uscita, ed è il motivo per cui l’Ascensione è una festa. E che il mondo possa trasformarsi, da com’è in quello che era prima della Caduta – questa è la “buona novella” della festa delle feste, la festa di Resurrezione o Pasqua.

Il mondo come cerchio chiuso, il mondo dell’eterno ritorno, il mondo dove “non vi è nulla di nuovo sotto il sole” – cos’è in realtà?

Non è nulla più dell’inferno cosmico. Perché l’idea di inferno si può comprendere come esistenza eterna in un cerchio chiuso. Questo cerchio chiuso di egoismo è allora l’inferno soggettivo e individuale; il cerchio chiuso di un mondo dall’energia costante è allora l’inferno cosmico e oggettivo.


Ora abbiamo il significato cosmico dei termini “salvezza” e “perdizione”. “Perdizione” la si deve vedere nella circolazione eterna del mondo del cerchio chiuso, il mondo senza un Sabbath; “salvezza” è la vita nel mondo del cerchio aperto, o spirale, dove c’è sia un’uscita che un’entrata. “Perdizione” è esistenza nel cerchio chiuso dell’”eterno ritorno”; “salvezza” è vita sotto il cielo aperto, dove ogni giorno è nuovo e unico – un miracolo nell’infinita catena dei miracoli … Perché Dio non è inconoscibile ma, piuttosto, conoscibile – attraverso la conoscenza infinita e inesauribile. La “rivelazionabilità” e  la “conoscibilità” di Dio: questa è l’essenza del Sabbath eterno, il settimo giorno della creazione. Il settimo giorno della creazione è quello della vita eterna e della fonte dei miracoli. Perché è carica della possibilità di cose nuove, e da esso si possono aggiungere “energie” alle cosiddette quantità “costanti” del mondo fenomenico, proprio come le energie di questo mondo vi possono scomparire.

Gli altri due termini nel dramma cosmico dell’evoluzione sono la “Caduta” e la “redenzione”. Ora è più facile capirli dopo esserci in parte dilungati sul significato cosmico dei termini “salvezza” e “perdizione”. Perché la “Caduta” è un evento cosmico, un vortice messo in moto dal cerchio chiuso del serpente che si “morde” la coda “spazzando via parte del mondo creato” (cf. Apocalisse 12:4) 13. E la “redenzione”, per dirla esplicitamente, è l’atto cosmico della Reintegrazione del mondo caduto, creando inizialmente un’apertura nel cerchio chiuso (religione, iniziazione, profezia), istituendo poi un percorso d’uscita (i Buddha) e di entrata (gli Avatāra 14) attraverso questa porta, e infine trasformando il mondo decaduto dall’interno attraverso la trasmissione della Parola incarnata (Gesù Cristo).

Questo è il significato di questi due termini a un elevato grado di generalizzazione. Osserviamone ora il significato più da vicino, così da far risaltare i dettagli essenziali nella loro totalità.

In primo luogo, la Caduta … qui ci confrontiamo con il resoconto biblico del paradiso e dei sei giorni della creazione; con il quadro impressionante dell’evoluzione naturale avanzato dalla scienza; con i maestosi contorni dei kalpa, manvantara e yuga 15 tracciati dal genio dell’India antica – un mondo di ritmo e periodicità, un mondo sognato periodicamente dalla coscienza cosmica; con l’esposizione (a seguito de “ Le Stanze di Dzyan”) della cosmogonia e antropogenesi secondo la tradizione indo-tibetana, date da H. P. Blavatsky nei tre volumi della sua Dottrina Segreta; con il grandioso affresco dell’evoluzione spirituale del mondo attraverso le cosiddette sette fasi “planetarie” che Rudolf Steiner ha lasciato in eredità alla sbigottita intellettualità del nostro secolo; e infine, con le cosmogonie e le escatologie – esplicite o implicite – di Ermete Trismegisto, Platone, lo Zohar e diverse scuole gnostiche dei primi secoli della nostra era.

Mi si permetta di dire apertamente che, sebbene abbia avuto un’esperienza reale nel comparare l’intera portata di queste idee e degli scritti attinenti per più di quarant’anni, non posso utilizzarli qui con l’attenzione che meriterebbero, ovvero classificandoli, estraendone i punti essenziali di similitudine o contrasto, citandone i punti rilevanti, ecc. Se lo facessi, dovrei ritrarre il tema principale in un mare di elementi secondari (secondari rispetto al tema principale). Quindi devo procedere nel modo seguente: lo spirito di tutte le varie idee e dei documenti enumerati sopra saranno presenti come sfondo generale, ma sarà necessario astenersi da qualunque uso esplicito del materiale che comprendono. Detto questo, torniamo al problema della Caduta cosmica.


In primo luogo, ci si può chiedere: Qual è il problema? Come si presenta?

Diamo uno sguardo all’insieme della nostra esperienza mondana – personale, storica, biologica, ecc. Cosa ci dice?

Leibniz, il filosofo dell’ottimismo, disse che il mondo dato è il più perfetto dei mondi possibili. Schopenhauer, il filosofo del pessimismo, disse che nel mondo dato la somma della sofferenza ha maggior peso della gioia, e che il mondo della nostra esperienza è quindi non solo imperfetto ma pure, in ultima analisi, malvagio. Sia Leibniz che Schopenhauer guardarono alla totalità dell’esperienza mondana, come stiamo cercando di fare noi, e quanta differenza c’è in quello che hanno visto!

Dal punto di vista del pensiero puro, che è quello di Leibniz, l’insieme del mondo si manifesta senza alcun dubbio come un perfetto insieme di equilibrio, funzionamento armonioso delle sue parti essenziali e – nonostante quello che può nascondersi negli anfratti più oscuri – l’insieme del mondo preso a grandi linee, nelle sue linee essenziali, è l’armonia stessa.

Dal punto di vista della volontà pura, che è quello di Schopenhauer, l’esperienza di ciascun essere individuale nel mondo conferma la diagnosi del mondo data da Gautama Buddha, la cui diagnosi è quindi accettata come vera.

E dal punto di vista del cuore, che è quello dell’ermetismo e della tradizione giudaico-cristiana, cosa si può dire sul mondo?

Il cuore ci dice: il cosmo, questa meraviglia di saggezza, bellezza e integrità, soffre. Sta decadendo. Questo grande organismo che non può essere nato dalla malattia, la cui nascita deve essere dovuta alla perfetta salute, cioè alla perfetta saggezza, bellezza e integrità, la cui totalità è stata la sua culla – questo grande organismo è malato. I continenti – e i pianeti – crescono sempre più duri, pietrificati: questa è la “sclerosi” del cosmo. E sulla superficie di queste masse di terra in via di pietrificazione, e negli abissi marini, e nell’aria, lì regna la sfida per l’esistenza – questa è la febbre di un mondo infiammato.

Ma per quanto malato, il mondo conserva ancora – sempre e ovunque – i caratteri della sua salute primordiale, e mostra il lavoro delle forze di una nuova salute, la sua convalescenza. Perché a fianco delle sfide dell’esistenza c’è una cooperazione che porta alla vita, e a fianco della pietrificazione minerale, c’è la distesa succosa e vitale del regno vegetale. Il mondo può quindi essere lodato e pianto allo stesso tempo.

Questa è l’origine del problema della Caduta: che il mondo merita si essere cantato e pianto allo stesso tempo.

Il mondo non è come dovrebbe essere. C’è una contraddizione tra la totalità e i dettagli. Perché mentre i cieli stellati rappresentano un’armonia di equilibrio e perfetta cooperazione, gli animali e gli insetti si divorano l’un l’altro e legioni innumerevoli di microbi infettanti portano all’uomo, agli animali e alle piante malattie e morte.

È questa la contraddizione a cui allude il termine “Caduta”. In primo luogo, essa designa una situazione mondana che dà l’impressione che il mondo sia composto di due mondi opposti, se non indipendenti, come se nell’organismo del grande mondo dell’”armonia delle sfere” ci fosse interpolato un altro mondo con le sue proprie leggi e la sua evoluzione – come se un’escrescenza cancerosa avesse preso il posto dell’organismo altrimenti in salute del grande mondo.

La scienza vede i due mondi assieme e li considera come inseparabilmente uniti, chiamando “Natura” questa totalità. Natura con due volti: Natura, allo stesso tempo benigna e crudele; Natura, sia testarda che sorprendentemente cooperativa; Natura saggia e cieca; Natura, la madre amorevole e la matrigna crudele, piena di malizia. Con tutto il rispetto per la scienza, è necessario prestare attenzione a un errore di pensiero piuttosto ovvio che essa commette. In particolare, commette lo stesso errore che commetterebbe un medico se considerasse uno stato di malattia (ed esempio un cancro) come normale o “naturale, o se dichiarasse che il processo tumorale così come la circolazione sanguigna sono due aspetti della natura dell’organismo della persona malata. Sarebbe qualcosa di mostruoso se il medico rifiutasse di distinguere tra natura e contro-natura (malattia) nell’organismo del paziente – tuttavia è ciò che fa esattamente la scienza in merito all’organismo-mondo. Essa rifiuta di distinguere tra natura e contro-natura, salute e malattia, evoluzione naturale ed evoluzione contraria alla natura.

Non c’è bisogno di dire che l’Ermetismo, in accordo con la tradizione giudaico-cristiana, considera la “Natura” della scienza non come il mondo creato da Dio, ma piuttosto come il campo dove il mondo creato si incontra con il mondo del serpente.

Il mondo del serpente: questo è il “mondo dentro il Mondo” che dà i natali al dualismo dello Zoroastrismo, del Manicheismo e di alcune scuole gnostiche 16. Questi tipi di dualismo cadono sotto il titolo di “eresie”, ovvero peccano contro le verità essenziali della salvezza, perché commettono lo stesso errore della scienza moderna, ma in senso inverso. Come la scienza rifiuta di distinguere nella “Natura” tra la natura dell’ortogenesi 17 e della cooperazione da una parte, e la natura che produce un’impasse genetica e i parassiti dall’altra, così i Manichei, i Catari 18, gli Albigesi ecc., rifiutavano di distinguere tra la Natura virginale e la Natura caduta. Ma mentre la scienza considera la sua “Natura” come regina sovrana dell’evoluzione, in grado di gestire l’evoluzione dalla cellula albuminosa al cervello sviluppato dell’homo sapiens, i dualisti radicali consideravano la loro “Natura” come malvagia nel profondo. In altre parole, la scienza considera la Natura, in ultima analisi, buona; i Manichei considerano la Natura malvagia. La scienza rifiuta di vedervi Satana; i dualisti radicali non vedono in essa nient’altro che Satana.


  1. È una delle versioni del Credo costantinopolitano, adottato dal Primo Concilio di Costantinopoli nel 381; è più lungo della versione liturgica utilizzata oggi, ma sempre trinitario nella sua struttura. ↩︎
  2. Edgar Dacqué (1878-1945) fu un paleontologo, geologo e filosofo naturale tedesco. È considerato il rappresentante della teoria teleologica dell’evoluzione, tracciando nei suoi studi le similitudini degli organismi sino al tipo “ideale”. Egli vedeva nell’essere umano sia l’archetipo che l’obiettivo dell’evoluzione. ↩︎
  3. In entomologia, lo sfarfallamento è l’emergere di un insetto adulto dallo stato di pupa o di una larva dall’uovo. ↩︎
  4. Sir Arnold Henry Moore Lunn (1888-1974), fu uno sciatore, alpinista e scrittore inglese, inventore dello slalom. Figlio di un ministro del culto metodista, negli anni divenne agnostico ma allo stesso tempo critico del materialismo scientifico, finché si convertì al cattolicesimo. Autore di numerosi libri sull’alpinismo, nella sua opera citata instaura un dibattito con Douglas Dewar, un avvocato inglese in India critico del pensiero evoluzionista. ↩︎
  5. William Samson Beck (1923 – 2002), fu un eminente medico, ematologo e biochimico americano. Studiò gli effetti delle radiazioni dei test nucleari e dei casi di leucemia sorti dopo la bomba di Hiroshima. ↩︎
  6. La parabola del figliol prodigo (Luca 15:17-32) racconta di un uomo con due figli, il più giovane dei quali chiede al padre di dividere i suoi averi per poter disporre in anticipo dell’eredità. Il padre acconsente, e il giovane parte per un viaggio in paesi lontani dilapidando la sua fortuna. Viene un tempo di grande carestia, e il giovane, affamato e in preda alla disperazione, accetta di lavorare come guardiano di maiali; in seguito, torna pentito alla casa paterna chiedendo perdono per i suoi peccati. Il padre lo riaccoglie con gioia, ordinando un banchetto e celebrazioni per il suo ritorno. Il figlio più anziano, al lavoro nei campi, udito dell’accaduto si adira col padre; dopo averlo servito e aver mai trasgredito in tutti quegli anni, si sente tradito dalle scarse attenzioni ricevute, mentre il figlio dilapidatore viene accolto con tutti gli onori. Il padre gli dice che in ogni caso tutto ciò che possiede è ora suo, e gli spiega anche che era giusto fare festa, perché il suo giovane figlio era per lui come morto e perduto ed è stato ritrovato. La parabola termina senza spiegare il pensiero del figlio più vecchio alle parole del padre. ↩︎
  7. In Genesi 18:32, Abramo convince Dio a risparmiare Sodoma se vi si troveranno dieci uomini giusti. ↩︎
  8. Enosh è descritto nella Bibbia come primo figlio che Seth ebbe a 105 anni (o a 205 secondo la versione dei Settanta). Fu il nipote di Adamo ed Eva. Sempre secondo la Bibbia, morì all’età di 905 anni. ↩︎
  9. Seth fu il terzo figlio di Adamo ed Eva dopo Caino e Abele. Il Genesi si riferisce a Seth come al progenitore di Noè. ↩︎
  10. Enoch è una figura biblica e patriarca antecedente al diluvio. Gli si attestano due apocrifi, il Libro di Enoch e il Libro dei Segreti di Enoch. Aveva 365 anni quando, secondo la Bibbia, “disparve, perché Dio lo prese (Genesi 5:24)”. ↩︎
  11. Questo ed altri passi dell’Apocalisse giovannea vedono come interpreti la donna, il figlio e il dragone. La donna rappresenta variamente Israele e le sue dodici tribù (il suo capo sormontato da dodici stelle), ma anche il Padre e la Chiesa come sua sposa; il figlio è visto come il figlio di Dio che verrà;  il serpente sono le forze dell’oscurantismo incarnate nella figura di Satana. La frase “un terzo degli esseri” è forse un riferimento a quella parte di angeli decaduti che Satana guidò in ribellione verso Dio. ↩︎
  12. La frase “nel mondo del serpente” è un’aggiunta dell’autore e non esiste nel verso originale. ↩︎
  13. Il testo del verso dice: “E la sua coda trascinava la terza parte delle stelle del cielo e le gettava sulla terra.” Sul significato di “terza parte” vedi nota 11. ↩︎
  14. Avatāra (lett. Colui che discende) secondo le dottrine induiste è la divinità, generalmente Kṛṣṇa, che si incarna con i suoi pieni poteri nell’universo materiale con una missione particolare, come la liberazione delle anime dai loro legami condizionanti. ↩︎
  15. Il kalpa si riferisce generalmente a “un giorno nella vita di Brahmā”, che nella mitologia puranica corrisponde a 4 miliardi e 320 milioni di anni. Il manvantara (lett. “la differenza tra due Manu”) è un periodo di tempo astronomico all’interno di un kalpa; se ne enumerano 14, della durata totale di 306.720.000 anni, ciascuno presieduto da un Manu, il progenitore dell’umanità. Il manvantara attuale è il settimo di questo kalpa, Vaivasvata. Lo yuga è un periodo all’interno di un ciclo di quattro età, chiamate Satya, Tretā, Dvāpara e Kali, la cui durata complessiva, un maha-yuga, ha la durata di 4.320.000 anni di durata decrescente. L’era attuale, kali-yuga, si estende per 432.000 anni e rappresenta un’era di deterioramento fisico e morale nonché una durata inferiore di vita.    ↩︎
  16. Come per il Manicheismo, anche per lo Zoroastrismo si discute se sia di natura dualistica o monoteistica, o entrambe. ↩︎
  17. L’ortogenesi (gr. ὀρθός γένεσις, origine diretta) è l’ipotesi per la quale gli organismi hanno una tendenza innata a evolversi in una direzione definita verso un obiettivo o uno scopo (teleologia) grazie a un meccanismo interno – per alcuni biologico, per altri metafisico – che guida verso una complessità crescente. Essa si contrappone al concetto di evoluzione per mezzo della selezione naturale oggi prevalente. ↩︎
  18. Il Catarismo (dal gr. καθαροί, i puri) fu un movimento pseudo-gnostico che fiorì particolarmente nel sud dell’Europa, in Spagna e in Francia tra il XII e il XIV secolo. La Chiesa Cattolica denunciò il movimento come eretico e attraverso l’Inquisizione eradicò la setta nel 1350, massacrando per rogo o impiccagione migliaia dei suoi seguaci. Gli Albigesi appartenevano al movimento cataro, e venivano così chiamati perché si originarono dalla città francese di Albi. Il Catarismo proclamava l’esistenza di due dei, il Dio buono del paradiso, che era il Dio del Nuovo Testamento, e il Dio del mondo fisico (Rex Mundi), identificato con il Dio del Vecchio Testamento o da alcuni con Satana. Alcune comunità di Catari credevano in un dualismo mitigato, dove Satana veniva visto come un servo di Dio inizialmente buono poi ribellatosi; ma la maggior parte accettava un dualismo assoluto, dove i due dèi erano entità gemelle dello stesso peso e importanza. Poiché la veste umana fisica veniva creata dal demiurgo, l’unica possibilità di salvezza giungeva dalla rinuncia al sé materiale; finché questo non avveniva, si rimaneva bloccati in un ciclo di reincarnazioni, condannati a una vita di sofferenza su questa terra. ↩︎