Il Luogo dei Possibili
L’Etere, o ākāśa nella terminologia sanscrita, è il principio causale da cui originano, in successione, i principi sottili degli Elementi, che a loro volta si manifestano nelle sostanze del mondo creato. Essendo alla base di tutte le cose, l’ākāśa è al di là dello spazio e del tempo, anch’essi già categorie della realtà. Non può essere racchiuso in processi intelligibili, per cui viene detto “increato”, “incomprensibile”, “indefinibile”.
Nel capitolo sulla Filosofia degli Elementi abbiamo già tratteggiato la suddivisione elementale secondo la dottrina induista. Secondo la speculazione cabalistica, in particolare quella espressa dal Sepher Yetzirah, dall’Etere, in quanto potenziale (Avir), si origina una contrazione da cui emana la luce (Aur); si tratta della prima manifestazione dell’Unità, il punto primordiale che, per irraggiamento, produce l’estensione, la quale dà senso e significato al punto stesso, che diviene allora centro della manifestazione.
Prima del punto non vi è nulla (se non Ain, l’etere puro e incomprensibile), ovvero il punto è all’origine della conoscenza distintiva. In quanto genesi della realtà, esso è chiamato Mahashaba, Pensiero, il Verbo inteso come Intelletto divino, il “luogo dei possibili” della teologia cristiana, il “Santo dei Santi” della speculazione cabalistica, la “quintessenza” degli alchimisti. Dapprima come Pensiero interiore, poi come Parola rivolta all’esterno, all’esistenza universale, esso crea il Suono, manifestazione del Pensiero, il Fiat Lux della Genesi.
Citiamo integralmente le parole di Bardon su questo esercizio, perché ci aiuterà a comprendere un’apparente contraddizione:
Assumete la posizione abituale (asana) e chiudete gli occhi. Immaginate di essere al centro di uno spazio illimitato. Non c’è sopra né sotto, né sinistra né destra. Questo spazio illimitato è pieno della più sottile sostanza energetica, l’etere universale. L’etere è incolore, ma ai nostri sensi appare di un nero-violetto vicino all’ultravioletto, e questo è il colore con cui immaginiamo la sostanza eterica. Inalate la sostanza eterica e convogliatela deliberatamente, attraverso la respirazione polmonare, nel sangue.
— Franz Bardon – Initiation into Hermetics – Wuppertal 1987, p. 79
Qual è la contraddizione? Se l’ākāśa è il principio causale indefinibile, come possiamo “alienarlo” affinché si manifesti nella nostra limitata visione spaziotemporale? Come già detto, la contraddizione è solo apparente, perché nella pratica ne consideriamo la risultante nel mondo degli effetti, dove assume la natura di etere, diventando il mezzo di trasmissione della vibrazione primordiale. Per usare una terminologia sanscrita, l’etere è mahābhuta, cioè l’elemento, nel suo aspetto manifesto e grossolano, a cui si associano l’orecchio e la bocca come strumenti di ricezione e di modulazione del suono; mentre l’ākāśa è tanmātṛa, potenziale o essenza dell’elemento stesso. Tuttavia, non dobbiamo incorrere nell’errore di considerarli come due principi distinti: essi costituiscono un continuum che comprende il significato essenziale di tutte le cose, dall’eternità atemporale agli aggregati che vivono immersi nello spazio e nel tempo. Una vivida immagine di questo concetto ci viene offerta dalla decima sephira dell’Albero cabalistico della vita, la Shekinah, presenza immanente di Dio nel mondo.
Ai fini della pratica, Bardon sostituisce l’essenza vibratoria con un’immagine eterica che racchiude l’analogo luminoso di tale vibrazione: il primo colore visibile all’occhio, il violetto, che sorge dall’estremità a bassa lunghezza d’onda e ad alta frequenza dello spettro elettromagnetico. Per enfatizzare l’aspetto di limite di questo colore, si immagina che se ne possa percepire il nascere dalla regione invisibile dello spettro – l’ultravioletto. Nel testo, Bardon utilizza spesso i termini etere e ākāśa in modo intercambiabile, il che rende difficile estrarre dal contesto le differenze di significato.
L’esecuzione dell’esercizio non presenta differenze sostanziali rispetto alla respirazione consapevole del Primo Livello, mentre, questa volta, l’intenzione è di unire il punto di profondità, cioè la nostra consapevolezza profonda, all’ākāśa, o etere universale. Tuttavia, questo è un esercizio preliminare che ha lo scopo, più che altro, di prepararci alla manipolazione dell’etere fisico. A seguire l’esercizio:
- Assumete la posizione abituale e chiudete gli occhi.
- Svuotate la mente dai pensieri e raggiungete il punto di profondità.
- Stabilizzata questa condizione, immaginate di trovarvi in uno spazio infinito, privo di punti di riferimento, in cui l’etere universale si manifesta come una sostanza violetta molto scura, al limite del nero.
- Inspirate con i polmoni questa sostanza, così che passi nel sangue. Questa inspirazione non è finalizzata all’accumulazione o alla concentrazione dell’elemento, poiché l’etere non è comprimibile in virtù della sua pura essenza. Piuttosto, si tratta di unire il corpo all’etere, di sentirne la presenza nel flusso sanguigno.
- Continuate l’esercizio per un certo tempo, ma smettete quando vi sentite stanchi. Una volta impratichiti con la respirazione eterica, potete passare all’esercizio successivo.

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