Lo Zohar, o “Splendore” è considerato il trattato più importante della Cabala. È in forma di un commentario mistico della Torah (i cinque libri di Mosè o Pentateuco), scritto in Aramaico ed Ebraico medievali. Esso tratta della natura di Dio, dell’origine e della struttura dell’universo, della natura delle anime e di altri argomenti correlati. Lo Zohar non è un libro, ma piuttosto un gruppo di testi che integra interpretazioni scritturali, teologia e misticismo.

Frontespizio dello Zohar, stampa del 1597

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Le origini dello Zohar

Secondo Gershom Scholem [1] la maggior parte dello Zohar fu scritto in uno stile pseudoepigrafico di Aramaico, la lingua parlata in Israele durante i primi secoli d.C. del Periodo Romano. Esso apparve per la prima volta in Spagna nel 13mo secolo e fu pubblicato dallo scrittore Giudaico Moses De Leon. Tuttavia alcuni studiosi ritengono che alcune parti dello Zohar datino al periodo Talmudico. Lo stesso De Leon ascrive il suo lavoro a un rabbi del secondo secolo, Shimon bar Yoḥai. La leggenda vuole che durante il periodo della persecuzione Romana, Rabbi Shimon si nascondesse in una grotta per tredici anni, studiando la Torah assieme al figlio Elazar. Durante tutto questo tempo egli si disse ispirato a scrivere lo Zohar dal profeta Elia.

Paternità dello Zohar

Con il passare del tempo la comunità Giudaica accettò le affermazioni di Moses de Leon; lo Zohar fu ritenuto essere un testo autentico del misticismo giunto dal secondo secolo, sebbene alcuni piccoli gruppi e certe comunità italiane non lo considerassero come vero. Una obiezione portata all’attenzione di coloro che credevano all’autenticità dello Zohar fu la mancanza di riferimenti all’opera nella letteratura Giudaica; al che essi risposero che Shimon b. Yoḥai non consegnò i suoi insegnamenti ai testi scritti, ma li trasmise oralmente ai suoi discepoli, che a loro volta li passarono ai loro discepoli e questi ai loro successori, fino a che finalmente le dottrine furono raccolte nello Zohar.

Lo Zohar nel pensiero giudaico moderno

Oggigiorno molti, se non la maggior parte degli Ebrei Ortodossi come pure i cosiddetti ultraortodossi (haredim) pensano che gli insegnamenti della Cabala siano stati trasmessi da maestro a discepolo in una lunga e ininterrotta catena, dall’era biblica sino alla redazione di Shimon b. Yoḥai. Ed essi accettano pienamente l’affermazione che tali insegnamenti sono in essenza la rivelazione di Dio al patriarca Abramo, a Mosè e ad altre antiche figure, mai stampati e resi pubblici sino al tempo della redazione medievale dello Zohar. Alcuni sposano la tradizione secondo cui Rabbi Shimon avrebbe scritto che l’occultamento dello Zohar sarebbe terminato esattamente 1200 anni dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme. Esso fu distrutto nel 70 d.C. e così prima di rivelare lo Zohar nel 1270, Moses de Leon scoprì i manoscritti in una grotta di Israele.

Nel Giudaismo Ortodosso moderno quest’ultima affermazione è considerata però alla stregua di ingenuità. Alcuni Ebrei Ortodossi accettano che lo Zohar sia stato scritto nel medioevo medio da Moses de Leon, ma puntualizzano che siccome esso è evidentemente basato su materiali precedenti, può ancora essere considerato autentico ma non autorevole o privo di errori come altri Ortodossi potrebbero credere.

Gli Ebrei non Ortodossi concordano con le conclusioni degli studi storici e accademici sullo Zohar ed altri testi cabalistici, ma la maggior parte di essi vede lo Zohar come un’opera pseudoepigrafica ed apocrifa. Tuttavia molti considerano che alcuni dei suoi contenuti abbiano un significato nel contesto del Giudaismo moderno. Anzi in anni recenti vi è stato un crescente interessamento da parte dei non Ortodossi sulle posizioni espresse dagli Ortodossi.

Argomenti per una datazione posteriore

Il fatto che lo Zohar fosse scoperto da una persona, Moses de Leon, e che esso si riferisse a eventi storici del periodo post-Talmudico, ha generato dei dubbi sulla paternità dell’opera. Narra una storia che dopo la morte di Moses de Leon un ricco personaggio proveniente da Ávila, chiamato Giuseppe, offrì alla vedova di Moses – che era stata lasciata senza mezzi economici di supporto – un’ingente somma di denaro per gli originali del manoscritto. Ella confessò che suo marito ne era l’autore e di avergli chiesto più volte del perché egli avesse scelto di accreditare il suo lavoro a un altro, ricevendo come risposta che mettere in bocca simili dottrine a un uomo dei miracoli – Shimon b. Yoḥai – avrebbe rappresentato una ricca fonte di profitto.

Alcune obiezioni all’attribuzione dello Zohar a Simeon ben Yochai sono qui riassunte:

  1. Se lo Zohar fosse stato scritto da Shimon b. Yoḥai, esso sarebbe stato citato nel Talmud, come fu il caso per altri lavori del periodo talmudico.
  2. Lo Zohar cita nomi di rabbini che vissero in un periodo successivo a quello di Shimon.
  3. Se Shimon b. Yoḥai fosse il padre della Cabala, conoscendo per rivelazione divina i significati dei precetti, le sue decisioni sulla legge ebraica sarebbero state adottate dal Talmud; ma così non è stato.
  4. Se la Cabala fosse una dottrina rivelata, non vi sarebbero state divergenze di opinione tra Cabalisti sull’interpretazione mistica dei precetti.

Altri argomenti sono che lo Zohar cita in modo errato alcuni passaggi delle Scritture; fraintende il Talmud; contiene ordinanze rituali che sono state emanate da autorità rabbiniche in epoca successiva; menziona le crociate contro i Musulmani (che non esistevano nel secondo secolo); usa l’espressione esnoga, termine portoghese per “sinagoga”; dà una spiegazione mistica dei punti vocalici della lingua Ebraica, introdotti molto dopo il periodo Talmudico. Scholem sostiene che de Leon è probabilmente l’autore dello Zohar. Tra l’altro egli fa notare i frequenti errori nella grammatica aramaica, tracce sospette di parole e modelli stilistici spagnoli e la mancanza di conoscenza da parte dell’autore della terra di Israele. Altri studiosi hanno anche suggerito la possibilità che lo Zohar sia stato scritto da un gruppo di persone, incluso de Leon. Questa teoria presenta de Leon come a capo di una scuola mistica, dai cui sforzi collettivi nasce lo Zohar. Un’altra teoria per la paternità dello Zohar dice che esso fu trasmesso come il Talmud prima di essere trascritto: come tradizione orale riapplicata alle mutate condizioni storiche e poi archiviata su documento. In base a questo modo di intendere lo Zohar non fu scritto da Shimon bar Yoḥai, bensì fu un lavoro ispirato ai suoi princìpi.

Argomenti per una datazione anteriore

Alcuni autori rifiutano le tesi di Scholem adducendo tali argomentazioni:

  1. Molte affermazioni nei testi dei Rishonim [2] si rifanno a Midrashim [3] di cui non si è a conoscenza. Si pensa quindi che questi siano riferimenti allo Zohar.
  2. È impossibile accettare il fatto che Moses de Leon potesse creare un’opera della vastità dello Zohar (1700 pagine) in un arco di tempo di sei anni come dichiara Scholem.
  3. Una comparazione tra lo Zohar e gli altri lavori di de Leon mostra notevoli differenze stilistiche. Sebbene egli facesse uso del suo manoscritto dello Zohar, molte delle idee presentate nei suoi lavori contraddicono o ignorano le idee menzionatevi.
  4. Molti testi del Midrash raggiungono la redazione definitiva nel periodo dei Gaonim. Certe terminologie anacronistiche dello Zohar possono datare proprio a quel periodo.
  5. Sulle migliaia di parole usate nello Zohar Scholem trova due termini anacronistici e nove casi di uso sgrammaticato delle parole. Questo prova che la maggioranza dello Zohar fu scritto nel lasso di tempo appropriato e solo una piccola parte venne aggiunta in seguito (nel periodo dei Gaonim come menzionato).
  6. Alcuni termini di difficile comprensione possono essere attribuiti ad acronimi o a codici. Si trovano corollari a questa pratica in altri manoscritti antichi.
  7. I “prestiti” dei commentari medievali possono essere spiegati in modo molto semplice. Non è infrequente che una nota scritta a margine del testo potesse essere in una copia successiva aggiunta alla parte principale del testo stesso. Lo stesso Talmud ha aggiunte del periodo dei Gaonim addotte da tale circostanza.
  8. Viene citato un antico manoscritto che fa riferimento al libro Sod Gadol  (Il Grande Segreto) che sembra essere proprio lo Zohar.

In merito alla mancata citazione della terra di Israele da parte dello Zohar, Scholem basa la circostanza sui molti riferimenti alla città di Kaputkia (Cappadocia), situata in Turchia e non in Israele. Uno studioso ebraico, Reuvein Margolies [4], afferma invece in un suo libro che in un antico sito funerario israeliano è menzionato un villaggio di nome Kaputkia. In aggiunta lo Zohar afferma che questo villaggio si trova a una giornata di cammino dal villaggio di Lod, e anche questo è vero. Questo implica che l’autore dello Zohar avesse una conoscenza puntuale della geografia di Israele. Nello stesso libro Margolies cita molte affermazioni di Maimonide che possono giungere solo da un testo molto simile allo Zohar. Nelle sue note sullo Zohar egli evidenzia inoltre molte similitudini tra le affermazioni nel testo e la letteratura dei Tannaim [5] (Midrashim, i due Talmud, ecc.).

Il Paradiso e l’esegesi biblica

Lo Zohar assume quattro tipi di esegesi biblica: Peshat (senso letterale), Remez (allegorico), Derash (esplicativo/anagogico) e Sod (esoterico). Le lettere iniziali delle parole (P, R, D, S) formano la parola Pardes (paradiso), che divenne la designazione per il quadruplice significato di cui quello esoterico è il più elevato.

L’allegoria mistica dello Zohar è basata sul principio che tutte le cose visibili, inclusi i fenomeni naturali, abbiano una realtà sia essoterica che esoterica. Tale principio è il corollario necessitante nella dottrina dello Zohar, secondo il quale la mente umana può riconoscere in ogni evento il segno supremo, e quindi ascendere alla causa di tutte le cause. Quello dell’apparente divario tra la libertà mistico-interpretativa con cui la corrente cabalistica affronta i testi considerati profetici – emanati da Dio stesso – e l’immutabilità della tradizione scritta, che nell’espressione dell’ortodossia ebraica fa capo al dettato divino, è un tema ampiamente dibattuto, di tale portata da non poter essere confinato in poche righe. Ci è sufficiente sapere, per i nostri scopi, che lo iato che separa le due concezioni viene annullato dalla seguente considerazione: il profeta non è il semplice latore del messaggio, bensì ne è l’interprete, è colui che traduce un linguaggio inarticolato preesistente all’attualizzazione umana in una forma generalmente comprensibile, lasciando all’ascoltatore il compito di ricavarne strati di senso molteplici sulla base delle personali capacità ricettive, il che è esattamente il fine che si propone la mistica speculativa della Cabala.

L’influenza sul misticismo cristiano

L’entusiasmo per lo Zohar fu condiviso da molti studiosi cristiani, come Giovanni Pico della Mirandola [6], Johann Reuchlin [7], Egidio da Viterbo [8], ecc., che tutti consideravano il libro come probante della verità del Cristianesimo. Erano portati a crederlo sulla base delle analogie esistenti tra alcuni insegnamenti dello Zohar e i dogmi cristiani, in particolare la caduta e la redenzione dell’uomo e il dogma della Trinità, che pare espresso nello Zohar nei seguenti termini: “L’Antico dei giorni ha tre teste. Egli si rivela per mezzo di tre archetipi, tre che sono uno. Egli è dunque simboleggiato dal numero tre. Essi si manifestano l’uno dall’altro: primo la Saggezza, segreta e nascosta; sopra l’Antico; e sopra di lui l’Inconoscibile. Nessuno sa cosa Egli contenga. È al di là dei concetti. L’uomo lo chiama “Non-Essere (Ain)” [9]. Queste e altre dottrine similari trovate nello Zohar precedono di molto quelle della cristianità, ma gli studiosi cristiani che erano portati a vedervi delle similitudini impiegarono tutte le loro energie per propagare lo Zohar. A seguito della pubblicazione, nel 1558, del codice Mantovano e nel 1590 del codice Cremonese, furono tradotte ulteriori appendici riguardanti la natura dell’anima. Significativo inoltre rimane, come già citato, lo sforzo di Knorr von Rosenroth [10] con la sua traduzione in latino dei frammenti più importanti dello Zohar.

Il testo dello Zohar

Il testo dello Zohar è una collezione di libri su vari argomenti, le cui parti principali sono i commentari della Torah e gli scritti che esplorano la discesa dell’Assoluto nella manifestazione. Gran parte dei testi contengono le affermazioni di Shimon bar Yoḥai e dei suoi discepoli, assieme ad alcune sezioni anonime. Come già detto, non si tratta di un libro nel senso comune del termine, bensì di una raccolta che porta un unico titolo. Originariamente stampata in cinque volumi, contiene le seguenti sezioni:

Zohar (parte principale)

È diviso in capitoli che seguono l’ordine settimanale della Torah. Si tratta sostanzialmente di un’interpretazione cabalistica in forma di Midrash della Torah.

Sifra di-Ẓeni’uta (Il Libro dell’Occultamento)

Contiene un’esposizione piuttosto criptica dell’ Esistenza Negativa (Ain), della transizione tra infinito e finito, tra unità e molteplicità, ecc.

Idra Rabba (Assemblea Maggiore)

Contiene la rivelazione della divinità nella Forma di Adam Kadmon (l’Uomo Primordiale).

Idra Zuta (Assemblea Minore)

Descrive la morte di Shimon b. Yoḥai e le sue ultime parole ai discepoli.

Heikhalot (I Palazzi)

Una descrizione dei sette palazzi del giardino dell’Eden a cui le anime pure ascendono dopo la dipartita. La versione lunga contiene un trattato di angelologia e un’esposizione sulle dimore infernali.

Raza de-Razin (Il Segreto dei Segreti)

Trattato anonimo sulla fisiognomica e la chiromanzia.

Sava de-Mishpatim (I Discorsi dell’Anziano)

Un anziano e saggio cabalista si traveste da povero conduttore di asini dispensando sagge dissertazioni sulla teoria dell’anima.

Yanuka (Il Bambino)

Un bambinoprodigio insegna ai suoi compagni profonde interpretazioni sull’importanza dei pasti, del lavarsi le mani e altri soggetti mentre sono a casa della madre.

Rav Metivta (Il Capo dell’Accademia)

Resoconto di un viaggio visionario di Shimon b. Yoḥai e dei suoi discepoli al giardino dell’Eden, dove apprendono i misteri sul mondo a venire e sull’anima dal capo dell’accademia celeste.

Kav ha-Middah (Il Principio della Misura)

Una spiegazione in dettaglio di Shimon b. Yoḥai a suo figlio sull’emanazione divina.

Sitrei Otiyyot (I Segreti delle Lettere)

Un discorso di Shimon b. Yoḥai sulle lettere del Nome divino e sui misteri delle emanazioni.

Matnitin – Tosefta (Insegnamenti – Supplementi)

Brevi scritti spesso oscuri, molti dei quali contengono un sommario sull’idea di emanazione della luce primordiale e altri insegnamenti dello Zohar.

Sitrei Torah (I Segreti della Torah)

Spiegazioni allegoriche dei versi della Torah riguardo i misteri dell’anima e la teoria dell’emanazione.

Midrash ha-Ne’lam (Il Midrash Celato)

Tarda aggiunta al corpo dello Zohar che contiene discussioni sulla creazione, sull’anima, sul mondo a venire e sulle emanazioni.

Ta Ḥazei (Vieni a Vedere)

Un’interpretazione di Genesi in brevi commenti.

Ra’aya Meheimna (Il Fido Pastore)

Shimon bar Yoḥai e i suoi discepoli incontrano Mosè, il “fido pastore”, durante un viaggio visionario e vengono edotti sui misteri dei dieci comandamenti.

Tikkunei Zohar (Osservazioni sullo Zohar)

È in testo indipendente che contiene 70 o più interpretazioni della parola iniziale di Genesi (Bereshit, in principio), oltre a sezioni sui misteri dei punti vocalici e altro.


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