I mondi della gravità
Estratti dall’opera: Meditation on the Tarot: A Journey Into Christian Hermeticism, London 1982 – Trad. dall’inglese, adattamento e note di Daniele Duretto
Lettera XII
In verità, in verità io ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio… In verità, in verità io ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio… Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né d’onde viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito.
— Giovanni 3:3-5-8
Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo.
— Matteo 8:20
Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro.
— Matteo 13:43
Completo è quello che ho detto dell’operazione del Sole.
— Tabula Smaragdina, 13
Caro Amico Sconosciuto,

Di fronte a noi si trova la carta del dodicesimo Arcano del Tarocco: l’Appeso. Rappresenta un giovane sospeso per un piede tra due alberi, con i rami tagliati vicino al tronco, che sostengono una trave, formando così un porticato.
La posizione dell’uomo – sottosopra, appeso a un piede sul porticato, con la gamba libera ripiegata al ginocchio e le braccia legate dietro la schiena – a prima vista evoca naturalmente l’idea della gravità e della tortura che può infliggere all’uomo. Quindi, la nostra prima impressione della Carta ci porta al cuore del problema della relazione tra l’uomo e la gravità e dei conflitti che essa comporta.
La gravità – fisica, psichica e spirituale – occupa un posto centrale in quanto fattore di regolazione nel sistema solare, nel sistema atomico, nelle cellule e negli organismi biologici, nei meccanismi mnemonici e nelle associazioni di idee, nelle relazioni tra i sessi, nell’organismo sociale, nella formazione di comunità in base agli stili di vita, alle dottrine e agli ideali e, infine, nei processi di evoluzione biologica, psichica e spirituale, dove un centro di gravità – o di prototipo universale come causa finale – è all’opera attraverso i tempi, proprio come il sole, in quanto centro di gravità del sistema planetario, agisce sullo spazio. Il mondo intero ci si manifesta come un sistema gravitazionale onnicomprensivo, composto da una serie di sistemi gravitazionali particolari – come atomi, cellule, organismi, pianeti, individui, comunità e gerarchie. Ognuno di noi è inserito in un sistema gravitazionale cosmico che determina la nostra libertà, cioè ciò che siamo o non siamo in grado di fare. Il dominio della nostra libertà e della nostra vita spirituale ci mostra la presenza reale e attiva di una gravità di ordine spirituale. Perché cos’è il fenomeno della religione se non la manifestazione della gravitazione spirituale verso Dio, cioè verso il centro di gravità spirituale del mondo? È significativo che il termine “Caduta” – scelto per l’evento primordiale che condusse al cambiamento di stato dell’uomo dal cosiddetto “paradiso” allo stato terreno di fatica, sofferenza e morte – sia preso in prestito dal dominio della gravità. Infatti, non vi è nulla che contraddica il concetto della Caduta di Adamo come il passaggio da un sistema gravitazionale spirituale, il cui centro è Dio, a un sistema gravitazionale terrestre, il cui centro è il serpente (che abbiamo caratterizzato nella Lettera precedente come il “principio dell’elettricità”). La Caduta, come evento, può certamente essere intesa come il passaggio da un campo gravitazionale all’altro.
Ora, il dominio della libertà – la vita spirituale – si trova tra due campi gravitazionali, con due centri distinti. Il Vangelo li designa come “paradiso” e “questo mondo”, oppure come “regno di Dio” e “regno del principe di questo mondo”. Ed esso indica coloro che seguono o sono sottomessi alla gravità di “questo mondo” come “figli di questo mondo” e coloro che seguono la gravità del “paradiso” come “figli della luce”.
I Manichei hanno da ciò tratto immediatamente la conclusione che il mondo invisibile, o paradiso, è bene e che il mondo visibile della Natura è male, dimenticando completamente che il male è di origine spirituale, ed è quindi invisibile, e che il bene è impresso nella Natura creata, ed è quindi visibile. Sebbene i due campi gravitazionali si interpenetrino e non si possano né si debbano identificare semplicemente con la Natura visibile e con il mondo spirituale invisibile, essi sono nondimeno sicuramente reali e moralmente piuttosto distinguibili. Perché proprio come c’è un “discernimento degli spiriti”, di cui parla l’apostolo Paolo, 1 così c’è un discernimento dei fenomeni della Natura, che si manifesta, per esempio, nella diagnosi medica, nella scelta dei rimedi dai regni della Natura, nell’ambito dell’igiene fisica e psichica, ecc.
L’essere umano partecipa a questi due campi gravitazionali, come l’apostolo Paolo aveva in mente quando disse:
Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito, e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte fra loro; in guisa che non potete fare quel che vorreste.
— Galati 5:17
Questi “desideri contrari” sono le tendenze attraverso cui si manifestano i due campi gravitazionali. L’uomo che vive nella presa gravitazionale di “questo mondo”, a spese della gravità del “paradiso”, è l’uomo “carnale”; colui che vive in equilibrio tra i due campi gravitazionali è l’uomo “psichico”; infine, colui che vive sotto l’influsso della gravità del “paradiso” è l’uomo “spirituale”.
È quest’ultimo a costituire il soggetto del dodicesimo Arcano del Tarocco, perché è l’uomo sottosopra che la dodicesima carta rappresenta. L’Appeso rappresenta la condizione di chi, nella vita, ha sostituito la gravità dall’alto con quella dal basso.
In primo luogo, si dovrebbe dire che l’attrazione dall’alto è reale quanto quella dal basso, e che la condizione di un essere umano che è passato, in vita, dal campo della gravitazione terrestre a quello del paradiso è, in effetti, comparabile a quella dell’Appeso della carta. Si tratta, al tempo stesso, di un beneficio e di un martirio; entrambi sono estremamente reali.
La storia della razza umana testimonia la realtà dell’attrazione dall’alto. L’esodo nei deserti dell’Egitto, della Palestina, della Siria e altri, iniziato da San Paolo di Tebe 2 e da Sant’Antonio il Grande, fu nulla più che la manifestazione di un’attrazione irresistibile dettata dall’alto. I padri del deserto, pionieri di questo esodo, non avevano previsto di fondare alcuna scuola o comunità di spiritualità cristiana paragonabile alle scuole yogiche indiane. No, quello che accadde loro fu il richiamo irresistibile dall’alto alla solitudine e a una vita interamente dedicata alla realtà spirituale. Così disse Sant’Antonio il Grande:
Come il pesce che rimane fuori dall’acqua muore, così i monaci che si trattengono fuori dalla cella o trascorrono il tempo con le genti del mondo allentano la tensione della solitudine. Quindi è necessario – come il pesce fa con l’acqua – che noi torniamo alla cella, così da non dimenticare, perdendo tempo, la nostra veglia interiore.
— Apophthegmata Patrum, X
Quindi, la “tensione della solitudine” è l’elemento proprio dell’anima sotto l’influsso dell’attrazione dall’alto. È così che, “come il pesce che cerca il mare”, essi cercavano la solitudine, dove infine trovarono la “tensione”, cioè la relazione tra la gravità del Cielo e della Terra, necessaria per loro come lo è l’acqua per il pesce. Era nella solitudine che essi potevano vivere, cioè sviluppare il calore spirituale, respirare l’aria spirituale, estinguere la sete spirituale e soddisfare la loro fame spirituale. Al di là della solitudine e della tensione che la “veglia interiore” significava per loro, i padri del deserto provavano freddo, erano incapaci di respirare e soffrivano la fame e la sete spirituali.
Questo, quindi, è veramente qualcosa di diverso dal fare piani e programmi: è la realtà dell’attrazione del paradiso all’opera nelle vite dei padri del deserto.
Essi erano pionieri. A quel tempo, ancora durante la loro esistenza, il deserto Tebaico 3 era abitato da anacoreti. In seguito, San Pacomio 4 vi fondò una colonia cenobitica, il prototipo dei monasteri come li conosciamo oggi, dove parecchi eremiti vivevano assieme sotto l’egida di un superiore o di un abate. Questo stile di vita fu successivamente adattato e perfezionato da San Basilio 5 in Oriente e da Sant’Agostino, San Cassiano 6 e San Benedetto 7 in Occidente.
Sebbene tutto questo immenso e successivo sviluppo fosse presente in germe nelle vite solitarie di San Paolo di Tebe e di Sant’Antonio il Grande, non era questo il vero motivo cosciente del loro ritiro nel deserto. Il motivo era esclusivamente il desiderio di solitudine causato dall’attrazione irresistibile verso il paradiso.
L’attrazione per il paradiso è così reale da prendere piede non solo nell’anima ma anche nel corpo fisico. Per cui il corpo viene trascinato in alto, senza più toccare terra. Quello che segue è quanto Santa Teresa d’Ávila, che ebbe questa esperienza, scrisse nella sua “Vita”:
Poi la nuvola sale ai cieli, portando con sé l’anima e mostrando le sembianze del regno che Egli ha preparato per te. Non so se questa sia una descrizione accurata, ma in realtà è ciò che accade. In questo rapimento, l’anima non sembra più animare il corpo; il suo calore naturale sembra diminuire fino a far sentire il freddo, pur con un senso di grande gioia e dolcezza. Non c’è modo di resistere… il rapimento è di solito irresistibile. Prima che tu possa essere avvisata da un pensiero o che qualcosa possa esserti d’aiuto, esso giunge come una scossa: vedi e senti questa nuvola o questa potente aquila che sale e ti porta sulle sue ali. Realizzi, lo ripeto, e vedi davvero che stai per essere portata via, non sai dove… Dobbiamo andare volontariamente dove ci portano perché, in effetti, veniamo portati via che lo vogliamo o no. Durante queste emergenze spesso cerco di resistere e mi sforzo con tutta me stessa di farlo, specialmente quando sono in un luogo pubblico e, molto spesso, anche in privato, perché temo le visioni. Talvolta, con grande fatica, sono riuscita a oppormi. Ma è stato come combattere contro un gigante, e sono rimasta completamente esausta. Altre volte è stato impossibile resistere; la mia anima è stata portata via, così come la mia mente, senza che io sia stata in grado di prevenirlo; e talvolta anche il corpo è stato coinvolto, sollevato da terra… Mi sembrava, quando cercavo di resistere, che una grande forza, per la quale non trovo paragoni, mi sollevasse da sotto i piedi. Veniva con una violenza maggiore di qualsiasi altra esperienza spirituale… Confesso che in me sorgeva una grande paura, inizialmente molto forte. Si vede il proprio corpo sollevarsi da terra; e sebbene l’anima lo tragga a sé, tanto più gentilmente quanto meno resistenza si oppone, non si perde la coscienza. Almeno io ero abbastanza cosciente da rendermi conto di essere stata sollevata…
— The Life of St. Teresa of Avila, trad. J. M. Cohen – London 1957, pp. 136-138
Questa è una semplice e verace testimonianza dell’attrazione irresistibile dei cieli e del pas-saggio dal campo gravitazionale terrestre a quello celeste. Santa Teresa sperimentò che il corpo era “tratto verso l’anima”, che a sua volta era sotto l’influsso dell’attrazione emanata dal centro di attrazione spirituale che era, per lei, il Signore.
Ma quando il centro dell’attrazione spirituale, quando il Signore stesso, si veste di un corpo – come fu il caso della vita terrena di Gesù Cristo – cosa accade? Qui non si tratta di essere portati via in estasi, perché dove mai potrebbe essere portata l’umanità del Signore – avendo egli in sé il principio del “rapimento” e dell’“estasi”, il centro di gravità spirituale?
Ora, il Vangelo ci chiarifica questo punto:
E quando fu sera, i suoi discepoli scesero al mare; e montati in una barca, si dirigevano all’altra riva, verso Copernaum. 8 Già era buio, e Gesù non era ancora venuto a loro. E il mare era agitato, perché tirava un gran vento. Or com’ebbero vogato circa venticinque o trenta stadi (cinque o sei chilometri), videro Gesù che camminava sul mare e s’accostava alla barca; ed ebbero paura. Ma egli disse loro: Son io, non temete.
— Giovanni 6:16-20
E Pietro gli rispose: Signore, se sei tu, comandami di venire a te sulle acque. Ed egli disse: Vieni! E Pietro, smontato dalla barca, camminò sulle acque e andò verso Gesù. Ma vedendo il vento, ebbe paura; e cominciando a sommergersi, gridò: Signore, salvami! E Gesù, stesa subito la mano, lo afferrò e gli disse: O uomo di poca fede, perché hai dubitato?
— Matteo 14:28-31
La chiave della risposta si trova soprattutto nelle parole: “Sono io, non temete”. La traduzione accettata di egó eímai; mi fovásai in greco, o ego sum; noli timere in latino , è: “Sono io, non temete”. È giusta e non vi è nulla da dire a riguardo. Egó eímai ed ego sum significano letteralmente “Io sono”, ma nel contesto dato significano “Sono io”. Il contesto lo conferma. Questo perché la traduzione “Sono io” è non solo giustificata, ma anche – visto il contesto – necessaria. È comunque legittimo, senza mettere in discussione l’esattezza della traduzione accettata, comprendere le parole egó eímai (ego sum) più letteralmente e, al contempo, più profondamente. Perché, nella paura e nella confusione dei discepoli, sono implicite due domande: “Chi è che vediamo camminare sulle acque?” e “Come fa a camminare sulle acque?”.
Ora, “Sono io” è la risposta alla prima domanda e “Io sono” alla seconda. Perché “Io sono” rivela la verità esoterica (cioè profonda e non immediatamente ovvia), mentre “Sono io” è la risposta essoterica o fattuale. Essa nasconde e contiene, nel suo nucleo, la risposta esoterica. Qual è, dunque, la verità esoterica rivelata dalle parole “Sono io, non temete”?
“Io sono” è la formula della rivelazione nel mondo dell’esistenza dell’essenza divina di Gesù Cristo. Tutto il Vangelo è la storia di questa rivelazione graduale, i cui passaggi sono riassunti attraverso vari aspetti dell’onnicomprensivo “Io sono”, come “Io sono la vera vite”, “Io sono la via, la verità e la vita”, “Io sono la soglia”, “Io sono il pane della vita”, “Io sono il buon pastore”, “Io sono la luce del mondo” e “Io sono la resurrezione e la vita”.
Ora, le parole “Io sono; non temete”, dette da chi cammina sulle acque, equivalgono a dichiarare: “Io sono la gravità, e chi si stringe a me non affonderà mai né sarà mai inghiottito dalle acque”. Perché la paura è causata dalla minaccia di essere travolti dalle forze elementari della gravità di basso livello, cioè di essere portati via dal gioco di forze cieche del “mare” agitato del “campo elettrico” 9 della morte. “Io sono; non temete” è quindi il messaggio del centro, o Maestro, della gravità celeste, dimostrata dall’azione di sostegno nei confronti di Pietro, che fu tratto in salvo dall’affogare. Vi è dunque un altro campo gravitazionale oltre a quello della morte, e chi vi si unisce può camminare sulle acque, cioè trascendere gli elementi agitati di “questo mondo”: il campo elettrico-gravitazionale del serpente. Questo messaggio contiene non solo l’invito a ricorrere al “regno celeste”, ma anche la solenne dichiarazione dell’immortalità dell’anima, nella misura in cui l’anima è in grado di trascendere la gravità divorante e di “camminare sulle acque”.
Pietro, che “smontato dalla barca, camminò sulle acque e andò verso Gesù”, sperimentò lo stesso rapimento trascendente descritto da Santa Teresa. Egli smontò dalla barca, il che significa – considerando tutte le leggi della ragione e della memoria – che fu portato fuori dal dominio della coscienza ordinaria, quello della ragione, della memoria e della percezione sensoriale, e camminò sulle acque, attratto da Gesù. Sperimentò, quindi, la stessa elevazione dell’anima che solleva il corpo, come disse Santa Teresa. Sperimentò anche la stessa paura che Santa Teresa confessò prese piede in lei vedendo “il proprio corpo sollevarsi da terra”. E proprio come ella fu sostenuta da una mano protesa dall’alto, così Pietro sperimentò l’aiuto della stessa mano.
Ora, Santa Teresa e San Pietro ebbero la stessa esperienza di estasi psicosomatica (come, aggiungiamo, molti altri santi). Ma la domanda che ci preme è quella dello stato di Gesù Cristo stesso quando cammina sulle acque. Anche per lui c’era un’estasi?
No. E questo è il motivo: l’estasi è l’uscita dell’anima dal dominio delle forze della ragione discorsiva, della memoria e dell’immaginazione – talvolta seguita dal corpo. Sia Pietro che Santa Teresa sperimentarono il rapimento attraverso gli stadi: “Tu sei”, “Vengo da Te”, “Non sono io, ma Tu che vivi e agisci in me”. È quindi l’attrazione verso il Tu divino, che risulta nell’unione con lui, a costituire l’essenza della loro estasi psicosomatica, mentre Gesù Cristo camminò sulle acque non in virtù dell’estasi – non abbandonando la sua Umanità – ma piuttosto grazie all’enstasi, al centrarsi in se stesso, che è la virtù attiva della formula: “Io sono; non temere”. L’Umanità di Gesù Cristo che cammina sulle acque non conduce a un Tu che lo attrae e lo sostiene, ma piuttosto al divino Io del Figlio che è il Padre eterno presente in se stesso.
EGO SUM; noli timere significa quindi: Io sono la gravità; proprio come il sole nel mondo visibile sostiene se stesso e attrae i pianeti, così Io sono il vero sole del mondo invisibile, che si autosostiene, attrae e sostiene gli altri esseri. “Non temete; perché Io sono!”
Tuttavia Gesù Cristo che cammina sulle acque rivela ancora un altro mistero oltre a quello del sole del mondo spirituale, centro della gravità celeste. Perché non solo egli sta sulle acque – il che basterebbe a rivelare e dimostrare questa verità, ma ha anche camminato sulle acque, cioè si è mosso in una direzione definita, in senso orizzontale. Ha camminato verso la barca in cui remavano i suoi discepoli. Lì, nel suo camminare verso la barca, è già contenuto in germe – essenzialmente rivelato – la sua intera opera, temporale ed eterna, cioè il suo sacrificio, la sua resurrezione, e tutto ciò che vi è di implicito nella promessa:
Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo.
— Matteo 28:20
La barca con i suoi discepoli è, quindi, e sarà, fino alla fine del mondo, bersaglio dell’Io sono che cammina sulle acque. La sua enstasi, il suo profondo centrarsi in se stesso, non lo distanzia dai naviganti nel mare agitato della storia e dell’evoluzione, né lo fa scomparire nell’altro mare – il mare calmo del nirvana – ma, al contrario, implica che egli cammina, fino alla fine del mondo, verso la barca con i suoi discepoli.
Gli eremiti del deserto, l’estasi psicosomatica di Santa Teresa e di San Pietro, Gesù Cristo che cammina sulle acque – l’insieme di questi fatti dovrebbe illuminare le nostre menti sulla realtà spirituale e manifesta della gravità celeste. Perlomeno, è a questo scopo che ci siamo dilungati su queste cose.
È necessario, tuttavia, aggiungere qui una considerazione su fatti che sembrano appartenere alla sfera della gravità celeste, ma che in realtà sono di natura opposta. I fatti che ho in mente sono quelli della “levitazione”, cioè del sollevamento del corpo dal terreno, che si sarebbe tentati di considerare come della stessa natura dei rapimenti psicosomatici di Santa Teresa e San Pietro, o persino del camminare sulle acque di Gesù Cristo.
Quindi, la leggenda attribuisce a Simon Mago 10 la sua levitazione in aria. Sono noti anche ai nostri tempi casi di levitazione di medium spiritisti. È caratteristico che Gérard van Rijnberk, 11 che pure avrebbe dovuto saperlo, non distinguesse la levitazione dei medium da quella che accompagna il rapimento dei santi. Questo è quello che dice in merito alla “levitazione dei medium”:
Il fenomeno della levitazione è stato accertato in molti santi personaggi delle religioni indù, buddhiste e cristiane. Essi si sollevano in aria di parecchi piedi librandosi per qualche tempo senza l’aiuto di alcun supporto. Il fatto è stato riscontrato anche in alcuni santi della Chiesa Cattolica. Mi limito a citare la grande Teresa (sedicesimo secolo), il suo contemporaneo Giovanni della Croce, Pietro di Alcantara, 12 ancora dello stesso periodo, e, un po’ più tardi, Giuseppe di Copertino, 13 che fu visto levitare più volte… Questi fenomeni sono stati collegati anche a diversi medium, ma, sfortunatamente, senza eccezioni, si sono verificati nell’oscurità più completa, tranne un unico caso avvenuto in piena luce del giorno. È necessario trattenere il giudizio su questi fatti, che sembrano davvero incredibili.
— Gérard van Rijnberk – Les Metasciences biologiques, Métaphysiologie et Métapsychologie – Paris 1952, pp. 154-155
Questo è tutto ciò che questo autore, “che per mezzo secolo studiò occultismo con profondo rispetto” (op. cit., p. 205), ebbe a dire sul tema della levitazione.
C’è comunque spazio per dire qualcosa in più. In primo luogo, c’è una distinzione tra la levitazione del corpo dovuta all’attrazione celeste e quella ottenuta mediante un’azione elettrica repulsiva esercitata dal basso. La differenza, in quanto tale, è paragonabile a quella tra il volo di un pallone riempito d’aria calda e quello di un razzo che vola grazie alla spinta del getto che emette. Un esempio del secondo tipo di levitazione mi è noto di prima mano:
Un uomo di mezz’età (americano) stava parlando con un compagno di viaggio nel compartimento di un treno internazionale in Europa. La conversazione ruotava intorno alle diverse correnti e ai metodi dell’occultismo contemporaneo. L’americano avanzò la tesi radicale secondo cui esiste un occultismo pratico e un occultismo verbale o letterario, e che quest’ultimo è da prendere a malapena sul serio, ed è solo il primo tipo di occultismo a essere degno del suo nome. Siccome il suo interlocutore non poteva convincersi che la realizzazione visibile fosse l’unico criterio per giudicarne la verità e il valore, l’americano credette di essere nel giusto nel convincere il suo interlocutore con una dimostrazione ad effetto – che dichiarò. Avendolo dichiarato, si distese sulla cuccetta (c’erano solo due persone nel compartimento) e iniziò a respirare profondamente, in completo silenzio. In uno o due minuti, il suo corpo, così com’era disteso nella cuccetta, si sollevò lentamente in aria a un’altezza di parecchi centimetri e rimase a fluttuare per circa un minuto. Avendo lasciato nel suo interlocutore solo un profondo disgusto, l’anonimo maestro di levitazione lasciò il compartimento dopo poco, senza farsi più vedere.
Ciò che merita attenzione – oltre al fatto che la levitazione derivi dalla volontà – è che fu realizzata con uno sforzo considerevole. Lo sperimentatore dovette rimanere in silenzio e concentrarsi interamente su un centro del suo organismo per creare una corrente di energia che, agendo a ondate consecutive, lo respingeva dalla cuccetta e lo sollevava in aria. Egli non si sollevava di molto, perché, pare, sollevarsi a grandi altezze richiederebbe uno sforzo eccessivo. Effettuata la dimostrazione, lo sperimentatore aveva il volto affaticato e non aveva alcun desiderio di conversare. In lui, la perdita di energia era piuttosto evidente.
Per quanto riguarda i medium spiritisti – che la loro levitazione abbia luogo nell’oscurità o alla piena luce del giorno non ha importanza, poiché la visibilità non è in alcun modo l’unico mezzo di controllo – non vi è nulla, dal punto di vista ermetico, che vieti la possibilità e, pure, la realtà della levitazione. Se vi sono casi di levitazione di oggetti come i tavoli, attestati fotograficamente, perché non potrebbe essere possibile per gli stessi medium sollevarsi in aria, come oggetti fisici, attraverso la stessa forza che opera su altri oggetti fisici? Si dice che l’energia trainante che produce fenomeni fisici durante le sedute medianiche emani dal medium. Ma perché questa energia, una volta esteriorizzata dal medium, non dovrebbe essere in grado di sollevare lo stesso medium? Perché non dovrebbe supportare anche il corpo del medium?
L’elettricità umana che fuoriesce dall’organismo del medium può certamente renderlo oggetto della propria azione – come, in aggiunta, “è detto da parecchi medium” (Gérard van Rijnberk, op. cit., p. 155). Ma ciò che è importante sottolineare nel caso della levitazione dei medium è che l’agente che consente loro la levitazione è lo stesso che effettua la levitazione del tavolo e di altri oggetti fisici e che, di conseguenza, non è – e non può essere – una questione che riguarda la “gravità celeste” o spirituale che agisce nel caso del rapimento dei santi.
Ci sono quindi tre categorie di levitazione del corpo umano: rapimento dovuto alla “gravità celeste”, levitazione dovuta a una corrente elettrica umana emessa volontariamente (magia arbitraria) o involontariamente (levitazione medianica). Secondo la tradizione, a Simon Mago è attribuita la levitazione mediante la magia arbitraria. Quest’ultima e la levitazione medianica hanno in comune la forza elettrica che emana dall’organismo umano e agisce per repulsione; in questo modo differiscono dalla levitazione dei santi, dovuta all’attrazione dall’alto.

In merito al centro da cui emana la corrente necessaria per la levitazione “simoniaca”, questo è il loto dai quattro petali (mulādhāra cakra), dove risiede il “potere del serpente” (kuṇdalini) – una forza elettrica latente.
Ora, questo “potere del serpente” può essere risvegliato e diretto sia in alto (yoga) sia in basso o all’esterno (magia arbitraria). In quest’ultimo caso esso agisce come agente di levitazione. È quindi con questo che l’occultista americano, della cui dimostrazione di levitazione abbiamo parlato sopra, ha manifestato il fenomeno. Si può, senza scendere nei dettagli, menzionare in questo contesto le escursioni all’aperto di streghe e stregoni, che, a tale scopo, si dice facciano uso di “manici di scopa”. Ora, la corrente repulsiva che emana dal centro alla base della colonna vertebrale produce certamente l’impressione di un fascio a forma di manico di scopa; gli stregoni, quando si separano dal loro corpo fisico lasciandolo indietro, si spostano a guisa di un moderno apparecchio a reazione. In Estonia, la gente usa un termine speciale per questo fenomeno che, peraltro, è più adeguato di “manico di scopa”: tulehant, cioè “fascio di fuoco”.
Ne consegue, quindi, da quanto precede, che non si deve buttare tutto nello stesso calderone: la levitazione dei santi, la levitazione “simoniaca” e quella dei medium. Non è uno sforzo sovrumano distinguerli con sufficiente chiarezza così da non confonderli in alcun modo, posto che ci si prenda il disturbo di farlo.
- Del “discernimento degli spiriti” ne parla Paolo in 1 Corinzi 12:4-12: “Or vi è diversità di doni, ma v’è un medesimo Spirito. E vi è diversità di ministeri, ma non v’è che un medesimo Signore… Infatti, a uno è data mediante lo Spirito parola di sapienza… a un altro, il discernimento degli spiriti”. In sostanza, esso serve a riconoscere la verità dall’errore proveniente dagli spiriti malvagi e ingannatori. ↩︎
- Paolo di Tebe (c. 230 – c. 241) fu un asceta, considerato il primo eremita cristiano che, si dice, abbia vissuto in solitudine nel deserto di Tebe, nell’Egitto romano, dall’età di 16 anni fino alla sua morte a 113 anni. Nell’arte è spesso raffigurato accanto a una palma, fonte della sua sussistenza, e a due leoni che, a quanto si dice, scavarono la sua tomba. Fu canonizzato nel 491 da papa Gelasio I ed è venerato dalle chiese cattolica e ortodossa orientale e occidentale. ↩︎
- La Tebaide era una regione dell’antico Alto Egitto, che prese il nome dalla capitale Tebe, oggi Luxor. Durante l’Impero Romano, Diocleziano vi istituì la provincia di Tebais. Intorno al quinto secolo, la Tebaide, in quanto deserto, divenne un luogo di ritiro per eremiti e monaci cristiani. ↩︎
- Pacomio, noto anche come Pacomio il Grande (c. 292 – 348), fu un santo egiziano, riconosciuto come il fondatore del monachesimo cenobitico. I cenobiti ponevano l’accento sulla vita comunitaria, differenziandosi così dai monaci eremiti. Il termine cenobitico deriva dalle parole greche κοινός (koinos, comune) e βίος (bios, vita), ovvero “cenobio”. ↩︎
- Basilio di Cesarea (330-379) fu uno dei primi prelati cristiani. Fu vescovo di Cesarea in Cappadocia e sostenne il credo niceno-costantinopolitano, opponendosi a tutte le eresie preesistenti, tra cui l’Arianismo e l’Apollinarismo. La sua eredità più nota fu la fondazione delle Basileias, istituzioni monastiche multifunzionali che ospitavano i malati e i poveri. ↩︎
- Cassiano di Imola, morto nel 363 (la data di nascita non è nota), fu un santo cristiano e insegnante nella città omonima. Per essersi rifiutato di sacrificare agli dèi romani, fu sottoposto a martirio e condannato a morte da Giuliano l’Apostata, l’imperatore noto per aver rigettato il cristianesimo in favore dei culti pagani e del neoplatonismo. ↩︎
- San Benedetto da Norcia (480-547) fu il fondatore del monastero benedettino di Monte Cassino ed è considerato il padre del monachesimo occidentale. L’unica autorità riconosciuta che informa sulla vita del santo è costituita dai Dialoghi di San Gregorio I, Papa dal 590 al 604, che disse di aver ottenuto le informazioni da quattro monaci benedettini. Benedetto riteneva la vita in eremitaggio troppo irta di pericoli per l’accesso alla spiritualità, per cui, pur essendo stato eremita e sempre convinto del valore della solitudine, diede spazio alla vita comunitaria e monastica, nonché al benessere del monastero. Fu proclamato santo patrono dell’Europa da Paolo VI nel 1964. ↩︎
- Copernaum era un villaggio di pescatori fondato nel primo secolo a.C. sulle rive del Mare di Galilea (il lago Tiberiade), nel nord dell’attuale Israele. Fu abbandonato nell’undicesimo secolo al tempo della prima Crociata. ↩︎
- Per una spiegazione generale del concetto di “elettricità” secondo Tomberg, vedi La Forza parte I. ↩︎
- Simon Mago fu un personaggio che visse agli inizi del primo secolo a.C. Contemporaneo di Gesù di Nazareth e dei primi apostoli, è raffigurato come un mago o uno stregone nato in Samaria, una regione dell’antica Palestina. Le informazioni che si hanno ci giungono quasi esclusivamente da fonti cristiane, in cui viene considerato il padre di tutte le eresie e un feroce antagonista degli apostoli. Dai Padri della Chiesa venne descritto come un seguace delle dottrine gnostiche, reinterpretate alla luce di una dottrina che predicava la salvezza attraverso una visione mitica fondata su conoscenze segrete. Secondo gli Atti degli Apostoli, egli si convertì al cristianesimo, salvo poi scontrarsi con Pietro, da cui cercò di comprare, con denaro, il potere di evocare lo Spirito Santo. In alcuni Vangeli apocrifi, Simon appare come un mago formidabile, capace di volare a piacimento. La leggenda vuole che Simon sfidò l’apostolo Pietro di fronte all’imperatore Nerone a Roma, dove morì sfracellandosi nel tentativo di dimostrare la sua abilità ↩︎
- Gérard van Rijnberk (1875-1953) fu professore di fisiologia ad Amsterdam. Sviluppò una passione per le dottrine occultistiche e parapsicologiche e scrisse un libro sul Tarocco. La sua biografia ufficiale omette di menzionare questi interessi extracurricolari. ↩︎
- Pietro di Alcantara (1499-1562) fu un frate francescano spagnolo, nato ad Alcantara, nell’Estremadura, in una famiglia nobile. Si unì giovanissimo all’Ordine dei Francescani Scalzi, predicando uno stile di vita estremamente austero e sottolineando il ritorno agli ideali francescani di povertà, umiltà e devozione. Quando in preghiera e in contemplazione, era spesso visto in estasi e in levitazione. Fu il consigliere spirituale di Santa Teresa d’Ávila, assistendola nelle sue crisi spirituali. Il suo Trattato sulla Preghiera e la Meditazione, tradotto in molte lingue, rimane un testo influente sulle pratiche contemplative e mistiche cristiane. Fu canonizzato nel 1669 da Papa Clemente IX. ↩︎
- Giuseppe di Copertino (1603-1663) fu un mistico e frate francescano. Nato in povertà, fin dalla giovinezza ebbe frequenti visioni estatiche e divenne ampiamente conosciuto per le sue levitazioni durante le preghiere, con oltre 70 episodi riportati. Fu anche indagato dall’Inquisizione, ma fu scagionato da ogni accusa. Fu canonizzato nel 1767 da Papa Clemente XII. ↩︎

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