L’Universo in movimento
Estratti dall’opera: The Book of Toth, York Beach, ME 1969 – Trad. dall’inglese, adattamento e note di Daniele Duretto
Questa carta è attribuita al pianeta Giove, “il Grande Benefico” dell’astrologia.

Corrisponde alla lettera Kaf 1, che rappresenta il palmo della mano, nelle cui linee, secondo un’altra tradizione, si può leggere il destino del possessore.
Sarebbe limitativo pensare a Giove come alla buona sorte; egli rappresenta l’elemento dell’alea, il fattore incalcolabile 2. Questa carta, quindi, rappresenta l’Universo nel suo aspetto in continuo mutamento.

Sopra, un firmamento di stelle. Appaiono distorte nella forma, sebbene distribuite in modo bilanciato, alcune brillanti ed altre oscure. Emettono luce attraverso il firmamento, infiammandosi in una massa di piume blu e viola. Nel mezzo di tutto questo è sospesa una ruota a dieci raggi, come il numero delle Sephirot, e appartenente alla sfera di Malkuth, indicando il dominio sugli aspetti materiali.
Vi sono tre figure su questa ruota: la Sfinge armata di Spada, Hermanubis e Tifone; esse simboleggiano le tre forme di energia che governano il movimento dei fenomeni.
La natura di queste qualità richiede un’attenta descrizione. Nel sistema induista vi sono tre Guna: Sattva, Rajas e Tamas. La parola “Guna” è intraducibile 3. Non è un elemento, una qualità, una forma di energia, una fase o un potenziale, ma tutte queste idee concorrono a descriverla. Tutte le qualità che si possono enunciare di qualunque cosa si possono attribuire a uno o più di questi Guna: Tamas è l’oscurità, l’inerzia, la pigrizia, l’ignoranza, la morte e cose simili; Rajas è l’energia, l’eccitazione, il fuoco, il fulgore, l’agitazione; Sattva è la calma, l’intelligenza, la lucidità e l’equilibrio. Essi corrispondono alle tre principali caste induiste 4.
Uno dei più importanti aforismi della filosofia induista è: “I Guna ruotano”. Ciò significa che, secondo la dottrina del cambiamento continuo, nulla può rimanere in una fase dove uno di questi Guna è predominante; per quanto densa e fosca possa essere una cosa, viene il tempo in cui questa cosa si rimesta. La fine e la ricompensa dello sforzo è uno stato di lucida quiete che, tuttavia, tende a ripiombare nella sua inerzia originaria.
I Guna sono rappresentati nella filosofia europea da tre qualità: solfo, mercurio e sale, già ritratti negli Atout I, III e IV. Ma in questa carta l’attribuzione è in parte diversa. La Sfinge è composta dai quattro Cherubini mostrati nell’Atout V, il toro, il leone, l’aquila e l’uomo. Questo corrispondono, inoltre, alle quattro virtù magiche, Sapere, Volere, Osare e Tacere 5. La Sfinge rappresenta l’elemento del solfo, ed è temporaneamente esaltata in cima alla ruota. È armata di una spada corta romana 6, tenuta eretta tra le zampe del leone.
Hermanubis, che rappresenta il Mercurio alchemico, sale sul lato sinistro della ruota. È un dio composito; ma in lui predominano gli elementi scimmieschi.
Sul lato destro, in caduta, sta Tifone, che rappresenta l’elemento del Sale. Però in queste figure c’è anche un certo grado di complessità, perché Tifone era un mostro del mondo primitivo, che personificava il potere distruttivo e la furia dei vulcani e dei tifoni. Secondo la leggenda, egli tentò di ottenere l’autorità suprema su dèi e umani; ma Zeus lo colpì con un fulmine. È detto essere il padre dei venti caldi, maligni e tempestosi, così come delle Arpie. Ma questa carta, come l’Atout XVI, può anche essere interpretata come Unità di gioia e conseguimento supremi. I lampi che distruggono anche generano; e la ruota può essere intesa come l’Occhio di Shiva che, quando si apre, annichila l’Universo, o come la ruota del carro di Jagannath 7, i cui devoti ottengono la perfezione nel momento in cui vengono schiacciati da essa.
Una descrizione di questa carta, come appare in The Vision and the Voice con alcuni profondi significati, è data in un’Appendice 8.
- Qui Crowley inserisce una nota, piuttosto criptica, dove somma il valore numerico di Kaf (20) e di Pe (80); il risultato ottenuto rimanda alla lettera Qof, il cui valore è appunto 100. Qof corrisponde al segno dei Pesci (v. Le 78 Logge Simboliche). E ancora egli associa le iniziali K e Ph alle parole greche κτείς e Φαλλος, gli organi sessuali femminili e maschili. ↩︎
- Crowley utilizza in questa frase la distinzione tra i termini inglesi fortune e luck. Se pure entrambi si possono tradurre genericamente con “fortuna”, esiste una distinzione sottile. Il primo termine è percepito come una forza esterna che influenza il proprio destino nella sua totalità, il fato imposto dal volere divino; il secondo rappresenta i fatti buoni o cattivi legati a esperienze personali e momentanee. ↩︎
- Il termine “guna” ha diversi significati in base alle scuole e filosofie di riferimento; genericamente si può tradurre come “qualità” o “tendenza”. ↩︎
- Le quattro caste principali, a cui formazione viene fatta risalire, secondo tradizione, al dio Brahmā, sono: la casta dei Bramini, sacerdoti e insegnanti; degli Kṣatriya, guerrieri e legislatori; dei Vaiśya, agricoltori, commercianti e mercanti; dei Śūdra, operai e lavoratori generici. A questi seguono i Dalit, gli intoccabili, al di fuori del sistema delle caste e destinati ai lavori più umili. ↩︎
- In una nota, Crowley paragona le Virtù ai quattro elementi che assieme al quinto, lo Spirito o Quintessenza, formano il Pentagramma. La Virtù magica che corrisponde al quinto elemento, sempre secondo l’autore, è ire (la forma all’infinito presente di “andare” in latino). E ancora “andare” è il segno della divinità, il libero movimento nello spazio e nel tempo rappresentato simbolicamente dal laccio del sandalo o Ankh, la Crux Ansata, la Rosa e la Croce, che a sua volta è identica al simbolo astrologico di Venere, di cui Crowley fa menzione ne L’Imperatrice. ↩︎
- È il gladius, il tipo di spada utilizzata dai fanti romani a partire dal terzo secolo a.C. fino al terzo secolo d.C. ↩︎
- Jagannātha, il “Signore dell’Universo”, è una divinità induista che fa parte di un triade composta da Balabhadra, il fratello di Kṛṣṇa, e della di lui sorella Subhadrā. Per alcune scuole, come quella Visnuita, è equiparato a una forma di Kṛṣṇa; per gli Scivaiti è associato a Bhairava, la manifestazione distruttiva del dio Śiva. ↩︎
- Nell’Appendice viene sostanzialmente ripetuto quanto detto nella nota 5 (The Book of Toth, p. 268). ↩︎

Leave a Reply