Il secondo esercizio di comunicazione passiva

Proseguendo negli esercizi di comunicazione passiva, Bardon ci introduce all’uso di uno strumento in voga sin dall’era vittoriana, la planchette.

In realtà, con questo nome si intendeva all’origine una tavoletta di legno (da cui il nome) pressappoco cuoriforme dotata di due rotelle e di un foro destinato ad ospitare una penna, utilizzata per facilitare la scrittura automatica.
Col tempo, una versione modificata della planchette servì da supporto per le interrogazioni attraverso una tavola sulla cui superficie erano incise le lettere dell’alfabeto latino, i numeri, le parole sì e no ed eventualmente alcuni simboli.
Questa tavola è nota con il curioso nome di ouija. La credenza popolare vuole che il termine derivi dall’unione del francese oui e del tedesco ja. Pare invece che la parola sia il risultato di un’interrogazione posta da una medium e spiritualista americana, che chiese alla tavola con quale nome volesse essere identificata; la tavola rispose con ouija, che sempre secondo la stessa significa ‘fortuna’ o ‘buona sorte’ (good luck). Come che sia, i termini planchette e ouija sono oggi considerati sinonimi.
Bardon ne consiglia l’uso con un bicchierino da liquore tenuto alla base tra indice e medio, con una freccia tracciata sul bordo che serva a indicare le lettere; nelle tavole in commercio è incluso un puntatore con un foro al centro per inquadrare la lettera. Nulla vieta, naturalmente, di utilizzare una tavola autoprodotta disegnando lettere e numeri su un foglio di carta abbastanza grande o su una tavola di legno.
Come già spiegato nella pratica con il pendolo, la mano utilizzata per interrogare la planchette va preparata e liberata della componente astro-mentale per metterla a disposizione dell’ente con cui si vuole comunicare. Una volta stabilito il contatto, e sempre mantenendo uno stato simile alla trance attraverso l’accesso al proprio punto di profondità, si formulano mentalmente le domande; in questo caso, se tutto è stato preparato correttamente, il puntatore compone le parole che formulano la risposta. Terminata la seduta, si reintegrano le componenti astro-mentali con l’involucro fisico.
Non vi è più molto da aggiungere che non sia già stato detto per gli esercizi precedenti di comunicazione passiva. Qualunque siano gli strumenti utilizzati, questi sono solamente dei facilitatori che favoriscono il contatto con il nostro Sé superiore o con altre entità. L’attitudine all’ascolto, oppure intensi stati emozionali, possono innescare spontaneamente questo tipo di comunicazione, che in genere si manifesta come un lampo di comprensione tradotto in seguito in parole e pensieri di senso compiuto dall’elaborazione cerebrale.
Il termine che la scienza utilizza per definire questi fenomeni è risposta ideomotoria: il soggetto della sperimentazione fa dei movimenti muscolari apparentemente involontari ma in realtà dettati da un riflesso inconscio. La descrizione si adatta perfettamente ai casi, frequenti nella comunicazione passiva, in cui siamo indotti a credere di essere in comunicazione con altre entità o piani superiori dell’esistenza, senza accorgerci di manipolare inconsapevolmente l’esito della pratica.
Ciò non dev’essere motivo di sconforto. La comunicazione passiva, come dice il nome, serve in primo luogo a coltivare l’attitudine alla ricettività, all’ascolto interiore; è una sorta di preparazione all’invocazione, lo stabilirsi di un medium passivo di comunicazione con uno spirito-guida, e un certo numero di insuccessi va messo in conto. È inoltre un prerequisito necessario per sviluppare la certezza di una percezione oggettiva dell’entità con cui si realizza un contatto, cioè la capacità di discernere tra auto-proiezione soggettiva e la vicinanza reale con un’entità discreta, oggettivamente separata, che non è se stessi. Il passo successivo si realizza con l’evocazione, la forma attiva di comunicazione come descritta da Bardon nel suo secondo libro, la Pratica dell’Evocazione Magica.

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