Il centro ineffabile dell'essere

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Nell’introduzione agli esercizi del Livello V, Bardon ci porta a conoscenza del punto di profondità, un termine che sotto altri nomi è presente nella letteratura esoterica, ma la cui comprensione va ben oltre le possibilità offerte da un’indagine puramente razionale ed analitica sul soggetto.

Sperimentare la natura del punto di profondità è fondamentale per lo sviluppo ermetico. Nella sezione dedicata alla formazione mentale, Bardon espone una serie di esercizi che gradualmente avvicinano il praticante a tale esperienza. Tuttavia, egli avvisa sulla necessità di accompagnare la pratica a un’intensa meditazione sull’argomento; in caso contrario, si rischia di deviare dal giusto percorso e di avventurarsi lungo sentieri secondari che allungano i tempi di realizzazione. Nella premessa ai lavori del Livello V sulla formazione mentale, Bardon tratteggia una breve spiegazione del punto di profondità che probabilmente risulterà incomprensibile ai più; questo non per un difetto degli enunciati, ma per la difficoltà nel cogliere i sottintesi simbolici dei termini utilizzati. Prima di procedere con l’interpretazione, leggiamo la versione originale dell’introduzione:

Il saggio Archimede una volta disse, “Datemi un punto d’appoggio e solleverò il mondo!” [1]. Pochi probabilmente sanno che la frase cela un grande mistero occulto, vale a dire il segreto della quarta dimensione. Come ben ci ricordiamo dai giorni di scuola, poiché ogni cosa ha una forma, essa ha anche lunghezza, larghezza e altezza, definizioni che ci sono familiari. Se nel mezzo di una forma, per esempio una sfera, immaginiamo un doppio incrocio, nel mezzo dell’incrocio otteniamo un punto, il cosiddetto punto di profondità. Archimede aveva certamente questo punto in mente perché in realtà questo è il punto dell’inizio, il punto di partenza, il nucleo di ogni forma. Considerato da questo punto di vista, ogni punto è simmetricamente neutrale, cioè è nel suo equilibrio perfetto. Questa è la base del mistero della quarta dimensione, da cui deriva il concetto di tempo e spazio, di assenza di tempo e di spazio, e quindi anche il segreto della magia dello spazio. Lo studente è avvisato di meditare molto intensamente sul problema, così da aprirsi a profondità a cui non avrebbe mai sognato di giungere, e la sua ricompensa sarà un’elevata intuizione.

— Franz Bardon – Initiation Into Hermetics – Wuppertal 1976, p. 133

La citazione della nota locuzione di Archimede ha qui lo scopo di introdurre quello che Bardon definisce il “mistero della quarta dimensione”; ma la citazione è fuorviante, o meglio, va interpretata secondo i canoni dell’analogia. Archimede, nella sua opera in due volumi Sull’Equilibrio dei Piani (lat. De Planorum Equilibriis, gr. Περὶ ἐπιπέδων ἱσορροπιῶν), definisce le leggi che governano l’azione meccanica delle leve e le proposizioni sul centro di gravità del parallelogramma, del triangolo e del trapezio. In un postulato del primo volume, che studia il concetto di centro di gravità, viene stabilito che il baricentro (il punto di equilibrio) di un sistema costituito dai bracci di una leva e da pesi uguali a distanze uguali si trova nel centro esatto della leva; se i pesi sono diseguali, il braccio della leva che sostiene il peso minore dev’essere più lungo dell’altro per mantenere il centro di gravità del sistema. La proposizione afferma dunque che il sistema è in equilibrio se i pesi sono inversamente proporzionali alle lunghezze dei bracci della leva.

Ora, trasponendo questo sistema in equilibrio fatto di bracci e leve nell’immagine della sfera esemplificata da Bardon, il cui centro geometrico definito dalle rette di riferimento è il centro di gravità – leggi il nucleo – della forma, ci si presenta l’idea che ogni forma, indipendentemente dalla sua estensione o regolarità, possiede un centro che rappresenta il suo punto di equilibrio o, come dice Bardon, ogni punto è nel suo equilibrio perfetto.

E qui veniamo al concetto di quarta dimensione. Ogni forma, o insieme di forme, racchiude in sé questo nucleo – centrale per definizione – che ne raffigura il potenziale di manifestazione, a guisa di un seme che contiene l’immagine del futuro albero. Essendo in equilibrio, questo potenziale è inespresso, sino a che qualcosa non interviene a turbarne la stasi. Questo qualcosa è il tempo, che consente, attraverso la durata,  lo sviluppo di una forma attraverso le coordinate spaziali di riferimento.

Senza questa “rottura della simmetria” e la conseguente nascita dello spaziotempo l’universo stesso non sarebbe giunto a manifestazione. Se ne deduce come corollario che qualunque forma, in un determinato istante spaziotemporale, è in sé incompleta, perché racchiude solo una piccola parte della sua interezza. Solo situandoci al di fuori dello spazio e del tempo possiamo coglierne la struttura finita, che comprende le tre dimensioni spaziali – lunghezza, larghezza, altezza – e la dimensione temporale della durata, la quarta dimensione.

Le implicazioni legate al concetto di quarta dimensione come narrato da Bardon non si fermano qui. Conoscere la realtà quadridimensionale delle cose e degli esseri significa penetrarne il contenuto completo, il senso, la finalità. È questa la vera espressione del punto di profondità, che reca in sé la capacità di giungere al centro delle cose, ovvero di elevare la prospettiva di osservazione al di sopra del regno spaziotemporale. Una volta giunti in questo centro, che non è un luogo fisico, la coscienza è simultaneamente nel nucleo e alla periferia di ogni cosa, come se si verificasse una contrazione infinita che dà luogo a un’espansione infinita.

Quando, nel corso della pratica, si riescono a rimuovere gli ostacoli posti dai sensi fisici all’ingresso nella percezione astrale e mentale, il tempo e lo spazio cessano di essere d’ostacolo, e si entra nella prospettiva del punto di profondità, dove il significato delle cose diventa diretto, istantaneo, non un simulacro a uso e consumo dei nostri pensieri ed emozioni. La nostra consapevolezza individuale è un’espressione limitata nel tempo e nello spazio del principio primordiale che pervade l’intero universo. Allentando questi legami, il punto di coscienza che rappresentiamo non è più solo il centro del nostro essere, ma diventa il centro di uno spazio infinito. E se l’infinito non ha confini, ne consegue che qualsiasi punto al suo interno si trova al centro esatto dell’infinito. In quanto punto di equilibrio che svela il vero significato della nostra individualità, il punto primordiale è così anche il centro dell’universo, il che ci lega indissolubilmente all’infinita coscienza dell’Essere.


Riportiamo di seguito alcuni brani di un’opera di René Guénon, Il Simbolismo della Croce. Tali estratti esemplificano, in un linguaggio legato alla tradizione esoterica, il ruolo del “punto primordiale”, equivalente al “punto di profondità” di Bardon, quale elemento di unificazione tra l’esperienza spaziotemporale umana e le realtà spirituali. Si possono utilizzare tali brani come spunto di meditazione.

Il punto primordiale

Nella Qabalah ebraica, si parla del “palazzo santo” o “palazzo interiore” situato appunto al centro delle sei direzioni dello spazio [2]. Le tre lettere del nome divino Jehovah, mediante la loro sestupla permutazione secondo queste sei direzioni, indicano l’immanenza di Dio in seno al mondo, cioè la manifestazione del Logos al centro di tutte le cose, nel punto primordiale di cui le estensioni indefinite non sono che l’espansione o lo sviluppo … Il punto primordiale da cui viene proferita la parola divina, si sviluppa, come abbiamo detto, non solo nello spazio, ma anche nel tempo; è il “centro del mondo” sotto tutti gli aspetti, cioè è ugualmente al centro degli spazi e al centro dei tempi. Tutto ciò, se inteso alla lettera, riguarda evidentemente soltanto il nostro mondo, l’unico le cui condizioni di esistenza siano direttamente esprimibili in linguaggio umano: infatti soltanto il mondo sensibile è soggetto allo spazio e al tempo.

— René Guénon – Il Simbolismo della Croce – Milano 1973, pp. 41, 42

La dottrina della Qabalah

Andiamo ora alla dottrina cosmogonica della Qabalah, come è esposta nel Sepher Yetzirah. Si tratta dello sviluppo, a partire dal Pensiero fino alla modificazione del Suono (la Voce), dall’impenetrabile al comprensibile. Si osserverà che siamo di fronte a un’esposizione simbolica del mistero che ha per oggetto la genesi universale, e che si ricollega al mistero dell’unità. In altri passaggi è quello del “punto” che si sviluppa in tutti i sensi mediante linee, e che diventa comprensibile solo dal “palazzo interiore”. È quello dell’etere inafferrabile (Avir), nel quale si genera la concentrazione da cui emana la luce (Aur). Il punto è effettivamente il simbolo dell’unità; è l’origine dell’estensione, la quale esiste solo in virtù del suo irraggiamento (il “vuoto” anteriore non è che una pura virtualità), ma non diventa comprensibile se non quando esso stesso si situa nell’estensione, di cui diviene allora il centro … L’emanazione della luce, che conferisce all’estensione la sua realtà, “facendo del vuoto qualche cosa, e di ciò che era ciò che è”, è un’espansione successiva alla concentrazione … Per servirci del linguaggio teologico, Dio si fa “centro del mondo” in virtù del suo Verbo.

— Ibid., p. 44 sg.

I gradi della manifestazione

Il primo grado, assolutamente occulto (cioè non manifestato), non può essere colto. Invece il mistero del punto supremo, benché sia profondamente nascosto, [3] può essere colto nel mistero del “palazzo interiore”. Il mistero della corona suprema (Kether) corrisponde a quello dell’etere (Avir) puro e irraggiungibile. È la causa di tutte le cause e l’origine di tutte le origini. È in questo mistero, origine invisibile di tutte le cose, che nasce il “punto” nascosto da cui tutto deriva. Per questo è detto nel Sepher Yetzirah: “Prima dell’Uno, che cosa puoi contare?” [4] … Prima di questo punto non vi era nulla, eccetto Ain, cioè il mistero dell’etere puro e irraggiungibile, così chiamato (con una semplice negazione) a causa della sua incomprensibilità [5]. L’origine comprensibile dell’esistenza risiede nel mistero del “punto” supremo. [6] E poiché questo punto è l’origine di tutte le cose, esso viene chiamato “Pensiero” (Mahasabha). Il mistero del Pensiero che crea, corrisponde al “punto” nascosto. È nel Palazzo interiore che il mistero, unito al “punto” nascosto, può essere compreso, poiché, puro e irraggiungibile, l’etere rimane sempre misterioso. Il “punto” è l’etere reso palpabile (in virtù della “concentrazione”, punto di partenza di ogni differenziazione) nel mistero del palazzo interiore o Santo dei Santi. Tutto, senza eccezione alcuna, è stato anteriormente concepito nel Pensiero [7] … Dal “punto” nascosto scaturisce il Santo Palazzo interiore (attraverso le linee emanate da questo punto secondo le sei direzioni dello spazio). È il Santo dei Santi … chiamato anche la Voce che emana dal Pensiero”. [8]

— Ibid., p. 47 sg.

Il punto centrale

“Colui che è arrivato al massimo del vuoto”, dice Laozi, “sarà stabilito saldamente nel riposo. Tornare alla propria radice … significa entrare nello stato di riposo”. Il “vuoto” di cui si parla qui significa il distacco completo da tutte le cose manifestate, transitorie e contingenti, distacco in virtù del quale l’essere … passa dalla circonferenza della “ruota cosmica” al centro di essa … Questa “pace nel vuoto” … è l’equivalente della Shekinah ebraica, cioè della “presenza divina” al centro dell’essere … “A colui che risiede nel non manifestato, tutti gli esseri si manifestano. Unito al Principio, egli è in armonia, per mezzo suo, con tutti gli esseri. Unito al Principio … non fa più uso dei suoi sensi per conoscere in particolare e minutamente. La vera ragione delle cose è invisibile, inafferrabile, indefinibile, indeterminabile …” [9] … Egli lascia evolvere tutti gli esseri secondo i loro destini, e, da parte sua, rimane al centro immobile di tutti i destini” … [10]

— Ibid., p. 70


[1] Locuzione attribuita ad Archimede di Siracusa, in greco: “δῶς μοι πᾶ στῶ καὶ τὰν γᾶν κινάσω (dṓs moi poû stṓ kaí kinô tḗn gên), latino: “Da mihi, inquit, ubi consistam, et terra commovebo

[2] Cioè le direzioni dei tre assi che formano il sistema di coordinate di un punto nello spazio: sinistra-destra, avanti-indietro, alto-basso.

[3] L’Essere è ancora non manifestato, ma è il principio di tutta la manifestazione.

[4] L’unità è il primo di tutti i numeri: prima di essa non vi è quindi nulla che si possa contare; la numerazione è presa qui come simbolo della conoscenza in modo distintivo.

[5] È lo zero metafisico, o il “non essere” della tradizione estremo-orientale, simbolizzato dal “vuoto”.

[6] Cioè nell’Essere, o principio dell’Esistenza, la quale è identica alla manifestazione universale, così come l’unità è il principio o origine di tutti i numeri.

[7] È il Verbo, inteso come Intelletto divino, il quale, secondo un’espressione della teologia cristiana, è il “luogo dei possibili”.

[8] È ancora il Verbo, ma inteso come Parola divina: esso, dapprima, è il Pensiero dell’interiorità (cioè in se stesso), poi è la Parola verso l’esterno (cioè in rapporto all’esistenza universale), in quanto la parola è la manifestazione del pensiero; e la prima parola profferita è il Lehi Aur (fiat lux) del Genesi.

[9] Liezi, c. IV. Si tratta di un testo taoista composto si crede nel quinto secolo a.C.

[10] Zhuangzi, c. V. È un testo composto tra il terzo e quinto secolo a.C. che esemplifica la natura del saggio taoista.