Per un’astrologia non più intesa nella sua veste consolatoria ma come strumento per l’emancipazione dell’essere umano dai vincoli dell’ego

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Seguendo le rivisitazioni dell’astrologia occidentale nel corso dei secoli, vediamo che essa sempre ha rivelato e mostra ancora oggi un volto bifronte, a rappresentarne le apparenti contraddizioni.  Da un lato la complessione generale dell’individuo, la sua costituzione psicosomatica, viene messa a confronto e armonizzata con i cicli celesti, al fine di adeguarla a una visione universale della realtà; questo è l’atteggiamento sapienziale, l’esperienza diretta che nasce dalla comprensione dell’unità insita nella molteplicità delle manifestazioni naturali. Dall’altro lato i potenziali di previsione delle configurazioni astrologiche sono utilizzati come un rifugio da parte di chi subisce l’incertezza del proprio vivere nel mondo, nel tentativo di proiettare se stessi in un futuro personale che in alcun modo si collega a ciò che si è nel momento attuale. È come se l’aspettativa in un domani migliore fosse in grado di riscattare l’incapacità di intendere un continuum esistenziale dove passato e futuro sono contenuti nel presente, il che dovrebbe informare sulla piena responsabilità delle proprie azioni nel definire il cammino evolutivo.

Questa distanza tra il sé e gli oggetti della percezione, nel nostro caso gli aspetti celesti quali raffigurazione di uno spazio interno che si modella sulla realtà percepita, ha come risultante l’estraniamento dell’individuo dalle sue rappresentazioni, la solitudine di chi vede il mondo come a sé stante, raggiungibile solo attraverso gli strumenti riflessi della logica cerebrale. L’astrologia è dunque uno strumento di conoscenza basato sulla considerazione che la coscienza umana e il cosmo hanno come base un unico processo. Qui per ‘cosmo’ intendiamo, in sintonia con l’etimologia greca del termine κόσμος, l’ordine che la nostra consapevolezza impone al caos primigenio, la materia indifferenziata preesistente alla luce ordinatrice dell’intelletto; tale armonizzazione nella visione del mondo è alla radice del pensiero magico, e conseguentemente anche astrologico, a sigillo della coesistenza tra realtà immanente e trascendente.

Con l’attestarsi e il consolidarsi nell’umanità del processo di individuazione, l’astrologia delle origini inizia un lento processo di decadimento, che culmina con la nascita del concetto di superstizione, vocabolo derivato dal latino superstāre, stare sopra. Presso i Romani, Cicerone giudicava la superstitiōnem come una pratica volta a propiziarsi il favore degli dèi, onde preservare superstiti, cioè sani e salvi, i propri figli. Questa, che potremmo definire una vera e propria logica del distacco da una realtà spirituale non più vissuta nell’intimo, impone la necessità di un atteggiamento supplice nei confronti del principio divino che – separato e posto in alto – non è più in grado di guidare l’essere umano se non implorato o interrogato.

Vediamo così sempre più privilegiarsi, in ambito astrologico, il ricorso al suo aspetto divinatorio, come strumento per recuperare il vuoto interiore venutosi a creare con la separazione dalle cause prime; il vertice di questo processo lo scorgiamo oggi nella volgarizzazione dell’astrologia, divenuta puro diletto con l’astrologia di massa o motivo consolatorio nei più esclusivi rapporti astrologo-consultante. Senza nulla togliere al buono che può derivare da una conoscenza ancorché parziale dei motivi di fondo dell’astrologia, è un fatto che l’accusa di superstizione a cui soggiace offre la sponda a dei ragionevoli attacchi, specie da parte di chi segue un modello scientifico di pensiero.

E a proposito di scienza, non possiamo esimerci dal citare la commistione problematica tra l’astrologia naturale e il pensiero magico-spirituale. Per riportare un esempio tra tanti, già nell’età classica era evidente la frattura tra le osservazioni di Tolomeo, sostenitore di un’astrologia fondata sulle qualità della materia – gli eventi determinati da cause fisiche derivanti dai pianeti – e la visione di Plotino, che al contrario scorgeva negli ‘astri erranti’ i meri indicatori di un destino regolato per decreto divino. Nel corso dei secoli è proprio l’astrologia naturale ad attrarre buona parte degli studiosi, che ne sviluppano l’aspetto mantico e divinatorio in associazione con le osservazioni astronomico-matematiche; in Italia l’astrologia ebbe rilievo universitario dal Trecento sino a circa il 1600, quando il sopravanzare dell’Inquisizione pose un freno al suo sviluppo: la divinazione naturale era in contrasto con la pervasiva presenza di Dio, unico detentore delle umane sorti.

Ciò non impedì comunque il sorgere di una ricca e fiorente letteratura astrologica, che ebbe il suo epicentro in personaggi come Jean Baptiste Morin, matematico e astrologo francese autore della ponderosa e complessa Astrologia Gallica; o in William Lilly, famoso astrologo inglese che con la sua opera Christian Astrology, pubblicata in inglese piuttosto che in latino, contribuì all’ampia diffusione della materia. Nel XVIII secolo, con l’approssimarsi dell’Età dei Lumi, le opere enciclopediche iniziarono a registrare il divario tra astronomia e astrologia, quest’ultima da sempre considerata come l’applicazione pratica della prima. Così l’astrologia naturale divenne il banco di prova per lo studio dei fenomeni celesti da un punto di vista scientifico; mentre l’astrologia giudiziaria si occupò di lì in avanti dell’esclusivo aspetto prognostico e divinatorio inerente la materia.

La mescolanza tra l’intelletto magico e il sapere moderno ha prodotto col tempo un ibrido che va sotto il nome di astrologia scientifica. Sostanzialmente si tratta delle stesso indirizzo di pensiero che condusse nei secoli precedenti a sostenerne la visione causale di stampo tolemaico, con la differenza che l’era attuale offre regole e strumenti atti apparentemente ad avvalorarne la tesi; ma si tratta pur sempre di un approccio separativo – che ci riporta al già citato concetto di superstizione – con la speranza di recuperarne l’organicità attraverso l’affinamento tecnico-metodologico.

Il barone Von Klöckler, medico e astrologo tedesco ben noto per gli apporti sperimentali ai criteri simbolici dell’interpretazione astrologica, così scrive nell’edizione italiana del suo Kursus der Astrologie, Band II: “L’antica sapienza poteva accontentarsi del dogma: ‘Come in alto, così in basso’, mentre l’uomo moderno guidato dalla scienza cercherà una definizione esatta delle serie di causalità che regnano nei rapporti astrologici … Si avrebbe a che fare con un complicatissimo sistema di risonanza, di sintonizzazione (il corsivo è nel testo) di funzioni fisico-chimiche, biologiche, fisiologiche e psicologiche con determinati tipi di radiazioni o intervalli radianti … Ricerche future potrebbero dimostrare che diversi elementi di questo sistema vanno associati a serie di causalità diverse. Finché non sarà possibile risolvere il problema della causalità il complesso delle esperienze astrologiche deve essere ordinato in base a criteri che scaturiscono da esso stesso. La considerazione causale futura porterà questo stato di cose ‘provvisorio’, comunque utilissimo, verso l’ordine definitivo” [1]. In merito all’astrologia nella sua veste spirituale l’autore è altrettanto chiaro: se l’astrologia, dice, “fosse una scienza dello spirito la corrispondenza tra configurazioni astrali ed eventi della vita dovrebbe essere comprensibile direttamente … Né con l’intuizione né con qualsiasi atto conoscitivo delle scienze dello spirito si riesce a cogliere, ad esempio, il rapporto che intercorre tra Mercurio e il sistema nervoso, e in particolare con la mente” [2].

Questo è l’esempio di un modello di pensiero che vuole allontanare definitivamente l’astrologia dal novero delle scienze tradizionali, tentandone un improbabile quanto risibile recupero attraverso gli strumenti messi a disposizione dal sapere moderno. L’autore non considera che essa è come un organismo le cui parti sono strettamente interconnesse e funzionali solo nell’insieme dell’organismo stesso. E le analogie planetarie aderiscono a una rappresentazione che nel complesso del sistema solare fanno capo a un simbolismo posizionale; nel caso dato di Mercurio, il suo essere il corpo più prossimo all’astro centrale del sistema ne fa il messaggero del principio vitale dell’io rappresentato dal Sole, l’interprete della scintilla dell’essere che codifica gli strumenti atti agli scambi e all’articolazione del pensiero per l’interazione con il mondo circostante: il sistema nervoso e la mente, per l’appunto.

Non va meglio quando la statistica sposa l’astrologia; Michel Gauquelin, autore di un trattato che postula una complessa serie di influenze elettromagnetiche a livello planetario in grado di determinare un temperamento psicologico, afferma che “l’impressione generale è che le nostre ricerche statistiche dovrebbero portare alla riabilitazione di un vecchissimo simbolismo planetario … Liberato dalle nozioni arcaiche che lo soffocano, precisato, codificato, è senza dubbio capace di servire ancora” [3]. Tuttalpiù la statistica applicata all’astrologia serve a evidenziare una tendenza legata a particolari configurazioni planetarie; ma ancora una volta, la ricerca di nessi causali non fa che alimentare la visione dualistica dell’intero sistema.

Il pensiero di C. G. Jung, uno degli ideatori della moderna psicologia occidentale, in alcuni suoi studi rivelò il tentativo di promuovere la sincronicità – l’interconnessione di determinati eventi in base al loro essere simultanei – a elemento fondante di certi stati psicologici. Il suo carteggio con il sinologo Wilhelm lo condusse ad approfondire gli studi sull’I Ching, in cui riconobbe, così come nell’astrologia, il pieno dispiegarsi del principio di sincronicità. A tal proposito egli scrisse: “Ove quindi si formulino corrette diagnosi astrologiche, esse non si fondano sulle influenze degli astri, ma su nostre ipotetiche qualità temporali, vale a dire, in altre parole: tutto ciò che viene generato e prodotto in un particolare momento reca in sé la qualità specifica di quello stesso momento” [4]. Considerare la sincronicità come legante tra due eventi o circostanze – ad esempio tra l’individuo e le sue configurazioni natali o attuali – significa in un certo senso abolire il tempo stesso, e con esso il concetto di durata, ovvero l’intervallo temporale necessario a che un rapporto di causa-effetto possa stabilirsi tra regioni diverse dello spazio.

E qui veniamo al mutamento di paradigma introdotto dalla fisica quantistica, o meglio, per quanto ci riguarda, dal modello di pensiero sotteso ad alcuni suoi aspetti. Il principio di indeterminatezza originariamente formulato da Heisenberg stabilisce che, date le variabili complementari di una particella subatomica – come posizione e velocità – non è possibile misurare uno dei valori senza rendere indeterminabile l’altro; in termini semplici questo significa che non è possibile conoscere lo stato di una particella, visto che la doppia natura ondulatoria-corpuscolare degli oggetti quantistici impedisce di specificarlo se non in termini di probabilità. Quando però viene approntato un esperimento atto a rivelarne uno dei suoi aspetti, si assiste a quello che viene definito come collasso della funzione d’onda: la natura della particella decade in uno stato ben determinato. È come se esistessero due realtà sovrapponibili, una delle quali simile a una realtà fantasma dove la particella non esiste in modo preciso, l’altra dove essa si manifesta in uno dei suoi stati eventuali quando osservata. Il problema fondamentale di questa analisi è che la nostra esperienza del reale non risente dell’indeterminatezza relegata al campo dell’infinitamente piccolo. Ciò accade perché siamo in grado di applicare un significato al mondo macroscopico, di esercitare cioè un principio ordinatore attraverso l’autocoscienza, che legge l’universo in una forma ‘umana’; al di sotto di una soglia minima di definizione, si perde la coerenza e la realtà diviene caotica, o meglio, esprime un potenziale in attesa di essere attualizzato dalla coscienza stessa.

Tutto questo ci impone di riflettere sul ruolo centrale dell’essere umano come ‘misura’ delle cose, sulla nostra capacità di interpretare in modo aggregato e coordinato una visione che ci appare consistente e finalizzata a uno scopo, ma che sottoposta a un’indagine ‘atomistica’ smarrisce la sua compattezza. In che modo, dunque, possiamo accostare una percezione analitica e puntuale della realtà ad una disorganica? Come risolvere il paradosso di un mondo che oscilla tra ordine e disordine in base a come viene (o non viene) osservato? La risposta, apparentemente banale, a questi interrogativi, risiede nel non operare una scelta tra i due ordini di ciò che ci si presenta, ciascuno dei quali rispecchia l’altro ma su piani diversi. Una consapevolezza cosiddetta eidetica, intuitiva, è in grado di riconoscere, nell’esperienza immanente frammentata e divisa dai processi mentali, l’unità fondamentale che nasce dallo spirito – inteso qui come potenza di essere – che diviene realtà solo nel momento in cui viene posto il sigillo del logos, del principio di sintesi della coscienza. La realizzazione in senso trascendente non implica tuttavia l’abbandono della dualità, bensì la sua integrazione in un modello che consideri l’Uno come allo stesso tempo molteplice, nel momento in cui esso svela se stesso nella manifestazione spaziotemporale; come a dire che il Cielo è in Terra, ma in modo terrestre, e la Terra è in Cielo, ma in modo terrestre, per fare, citando la Tabula Smaragdina, il miracolo di una cosa sola.

L’astrologia, nella sua veste di ordinatore cosmico delle individualità, può fare molto per ricucire lo strappo tra il sé personale e il suo principio; il simbolo, derivazione del greco συμβάλλω, far coincidere, è lo strumento analogico che essa può utilizzare per creare un ponte tra i due ordini di realtà, personale e transpersonale. Senza un approccio realmente pratico è comunque difficile passare dalle intenzioni all’identificazione con il proprio destino; anche nel migliore dei casi, cioè quando ci si affranca dalle pastoie della superstizione divinatoria per decidere di operare con sguardo più ampio e consapevole, mancano delle precise indicazioni. Tuttavia, in quanto appartenente al novero delle scienze iniziatiche, l’astrologia può adottare le tecniche che più le si addicono per conseguire lo sviluppo e l’assimilazione del simbolismo astrale; si tratta di operazioni che possiamo definire alchemiche, di solve et coagula, che richiedono la de-costruzione dell’ego e la sua successiva reintegrazione con le potenze cosmiche, questa volta interiorizzate. Compito non facile soprattutto nella fase preparatoria, che necessita la messa a nudo dei meccanismi posti a difesa dei nodi psichici irrisolti, quelli che ci fanno credere di essere ciò che non siamo; in questo senso la possibilità di accedere coscientemente allo specchio astrologico della nostra anima, immagine dei nostri veri potenziali, si rivela di valore inestimabile.


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