L’esperienza del male come conseguenza del peccato adamitico

Lorenzo Maitani, La cacciata dal paradiso – Bassorilievo Cattedrale di Orvieto, Umbria

Pubblicato su: Osservatore Astrologico n. 8, febbraio 1990

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In questo articolo mi propongo di indagare sulle origini di quelle impurità della luce divina a cui viene dato il nome di “male”. Il taglio volutamente non astrologico del discorso si giustifica con la necessità di limitare il campo da esaminare laddove ciò favorisca l’approfondimento di singole tematiche. Tuttavia è presente un legame con l’astrologia in senso proprio, specie nelle esposizioni che si richiamano direttamente al simbolismo lunare.

La ragione che mi ha spinto a scegliere il pensiero cabalistico, argomento del nostro scritto, come forma rappresentativa delle idee sul male sta nel carattere insieme ortodosso e rivoluzionario di questa grande corrente della mistica ebraica che fu la Kabbalah. Alle origini essa nacque come movimento di recupero di uno spazio mitico che l’ebraismo rabbinico aveva senz’altro escluso: il Dio degli Ebrei scava un abisso invalicabile fra sé e le sue creature, viene isolato dalla sua stessa purezza che rifiuta qualsiasi rappresentazione antropomorfica. Detto questo appare evidente come il sentimento popolare cercasse di affrancarsi da una dottrina che maschera il male e la sofferenza come pseudo problemi, traendo anzi da essi la giustificazione per un distacco dalle impurità mondane. Mentre il movimento cabalistico, – mercé un’articolata esposizione dell’azione divina nel mondo creaturale – riscosse ampi consensi in quegli strati culturali che non possedevano la sicurezza dogmatica di un rabbi, e che tuttavia soffrivano la perigliosa esperienza della diaspora.

Fatte queste premesse necessariamente incomplete ma sufficienti per i nostri scopi, passeremo a circoscrivere le fonti che nutrirono le speculazioni del numeroso gruppo di cabalisti spagnoli del sec. XIII, i primi ad esprimere in forma letteraria la Kabbalah – tradizione delle cose divine. Fonte di ricchi commentari furono i libri del Pentateuco, la cosiddetta Torah scritta: le leggi ed i comandamenti che Mosè ricevette da Dio sulla cima del monte Sinai. In essi veniamo a conoscenza (Genesi 3 sgg.) del peccato di Adamo, reo di aver assaporato i frutti dell’albero della conoscenza calpestando il divieto del Signore. Espresso nella Bibbia a livello allegorico il peccato originale diviene, secondo l’interpretazione cabalistica, il cardine centrale di un raffronto tra le forze della purezza e le contaminazioni demoniache. In alcuni passi dello Zohar, l’apogeo della letteratura cabalistica, si fa notare come nell’Eden Dio avesse fatto germogliare due alberi: l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male (Genesi 2:9). Ora l’albero della vita viene paragonato alla Torah scritta, cioè al comandamento divino espresso nelle sue modalità assolute, inconoscibili direttamente dall’essere umano; mentre la Torah orale è aperta a tutti i fraintendimenti che possono derivare da una sua applicazione ed esplicazione. Questa relativizzazione della Torah acquisisce particolare significanza in un’opera posteriore allo Zohar, il Sefer ha-Temunah [1], Il Libro della Forma (delle lettere ebraiche e per estensione dell’immagine di Dio che vi è racchiusa). L’autore configura non più un processo di creazione come quello di cui parla la Bibbia, ma tutta una serie di creazioni in ciascuna delle quali domina una sefirah, la dynamis del Dio vivente [2]. Ciascuna sefirah forma un ciclo cosmico (shemittah) della durata di settemila anni, che moltiplicati per i sette sefiroth inferiori dell’albero della vita cabalistico porta ad un totale di quarantanove mila anni; dopodiché l’umanità torna con il cinquantesimo millennio alla primitiva purezza. Secondo l’ignoto autore di quest’opera tardo cabalistica noi viviamo nella seconda delle tre shemitteth, l’eone della giustizia, che conosce la tentazione del serpente e la severità del comando divino. Nell’eone precedente, quello della grazia, la Torah non conteneva proibizioni, non vi era né il serpente né l’istinto cattivo, perché la parola di Dio non aveva subito le contaminazioni dovute alla sua applicazione nel mondo del grossolano.

Ora cosa rende possibile il paradosso di una Torah che, pur essendo data in una forma inalterabile viene letta in molti modi dissimili? Secondo l’opinione di alcuni cabalisti i vari strati di senso della Torah dipendono, per la loro interpretazione, dalla perfezione mistica del lettore, in quanto originariamente la Torah è data in forma inarticolata, udibile solo dai profeti e da chi è misticamente unito con la sorgente divina. L’attecchimento di questi strati di senso al mondo dell’esperienza transeunte forma particolari permutazioni e vocalizzazioni con le consonanti che formano il corpo della Torah. Come verbo di Dio la Torah crea il mondo, ed alcuni cabalisti giungono ad affermare che basta spostare una sola lettera per sovvertire l’ordine delle cose.

Vediamo un esempio di questo trasformismo nel passo di un’opera del cabalista Abraham Azulai [3] che commenta il verso della Torah (Deuteronomio XXII, 2) “Non indossare nessun vestito fatto di lana e lino insieme”. In ebraico il verso suona “sha ‘atnez tzemer u’fishtim” e si riferisce alla proibizione di portare abiti sha ‘atnez, fatti con questa mescolanza di tessuti [4]. Nel paradiso terrestre Adamo non era rivestito del corpo grossolanamente materiale, chiamato in gergo mistico “pelle di serpente”, quindi non aveva certo bisogno di indumenti. In realtà prima della trasgressione la stessa frase veniva letta con una diversa combinazione delle stesse consonanti: “satan ‘az metzar u-tefsim”, ovvero “non essere posseduto dalla miseria del temerario Satana”. In questa sovrapposizione di significati viene posta l’idea che la materia origini dal progressivo decadimento dell’unità primordiale, quell’Adam Kadmon che secondo i cabalisti è l’archetipo macrocosmico dell’Adamo progenitore dell’umanità. Dunque nell’attuale umanità il male è insito nella sua stessa formazione, e la Torah che leggiamo oggi si adegua alle esigenze strumentali di un’esistenza deputata al dio della giustizia. Solo in una futura età messianica l’uomo si trasfigurerà in un avvicinamento mistico alla fonte divina, cogliendo il messaggio spirituale della Torah nel suo aspetto di grazia e di misericordia.

È giunto ora il momento di chiederci: come si verificò questo decadimento? Qui entra in gioco quell’aspetto femminile di Dio che presso l’ebraismo rabbinico venne volutamente messo in ombra, ma che invece i cabalisti ci restituirono in tutta la sua pregnanza simbolica. In Genesi 5:2: “Egli lo creò maschio e femmina, e li benedisse, e pose loro il nome Uomo” vediamo affermarsi all’alba del sesto giorno della creazione quell’unione mistica dell’aspetto maschile e femminile di Dio che ancora sussiste nella fabbricazione della donna dalla costola di Adamo, come ci viene fatto conoscere in Genesi 2:22; infatti la donna non ha nome proprio, pur essendo la compagna di Adamo. È solo dopo la cacciata dal paradiso che Adamo le porrà il nome di Eva, cioè vivente, madre di tutti i viventi (Genesi 3:20). Di qui inizia il processo di decadimento che riveste di pelle i corpi di Adamo ed Eva in luogo degli “abiti di luce” (kothnoth ’er) di Adamo in mistica unione con la sua consorte prima della cacciata. Infatti leggiamo in Genesi 2:25: “Ora Adamo e sua moglie erano nudi, e non se ne vergognavano” e in Genesi 3:21: “E il Signore Iddio fece delle tuniche di pelle a Adamo e sua moglie e li vestì”. Da parte dei cabalisti questa rottura del principio maschile e femminile trova la sua formulazione nella concezione della Shekhinah, la presenza e il domicilio di Dio nel mondo. Mentre nell’ebraismo rabbinico la Shekhinah non era mai realmente scissa da Dio, nelle speculazioni dei cabalisti essa acquisisce la pregnanza di un’ipostasi divina, viene concepita come separata da Dio stesso: un aspetto di Dio. In quanto elemento puramente ricettivo essa raccoglie le emanazioni dell’azione divina, operando allo stesso tempo da elemento mediatore delle stesse. Nella presentazione originale dello Zohar la Shekhinah è la decima sefirah, la presenza immanente di Dio nella sua creazione, che agli inizi di questo atto creativo coopera armoniosamente con le forze della grazia e della giustizia; ma il peccato di Adamo scatena l’ipertrofia dell’elemento giudiziale. Ecco allora che la Shekhinah, per usare le parole dello Zohar, “assaggia l’altro lato, amaro, e allora il suo volto è oscuro” [5]. Il male consterebbe dunque in un’ipertrofia del potere della giustizia, ma solo in quanto l’unità originaria è stata violata, e l’appartenenza della Shekhinah a Dio diviene opinabile. Nell’accezione mitica dei cabalisti non è dunque la materia l’origine del male e dell’intrusione nel mondo delle potenze del demoniaco dell’altra parte; bensì è la separazione di ciò che sta sotto da ciò che sta sopra, l’isolamento della creatura dal suo creatore, l’abbandono dello psichico e dello pneumatico che spoglia la materia del suo senso vitale. L’albero della vita diviene allora l’albero della morte, dei klippoth – gusci – che demonicamente precludono all’uomo la luce divina rinchiudendolo in un mondo grossolanamente materiale.


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