Un approccio al sistema degli Specchi di Franz Bardon

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Formazione animica

Nella sua opera ‘Iniziazione all’Ermetica’ Franz Bardon ci introduce, nel primo livello della sezione pratica, all’attività di introspezione animica. Essa consiste in un esame interiore di pregi e difetti della personalità, condotto secondo una logica che potremmo definire ‘spietata’, in quanto non lascia spazio ad abbellimenti o a considerazioni di autoindulgenza, ma al contrario richiede una totale onestà nei confronti di errori, manchevolezze, fragilità di cui tutti siamo portatori, sino alle più fini sfumature.

Chi ha qualche esperienza nelle pratiche descritte in quest’opera sa che si tratta di un processo di riflessione che si rende necessario per predisporre il corpo animico al lavoro sugli Elementi; e che esso andrebbe accompagnato dalle pratiche relative al corpo fisico e mentale, onde evitare squilibri nella costituzione generale del praticante. Ma è altresì vero che la decisione di intraprendere un’analisi così serrata e a tratti scioccante e sgradevole del proprio mondo interiore – e di proseguirla – può venire solo da una personalità già dotata di forza sufficiente per sostenere l’impatto di quello che a tutti gli effetti è lo svelamento del falso io, con i suoi inganni e le sue maschere. Questo per dire che, a fronte di personalità ‘coraggiose’, l’esercizio acquista una sua autonomia rispetto all’insieme organico delle pratiche dell’IIH, intese specificamente a formare il praticante alla magia; si tratta indubbiamente di uno dei più potenti strumenti di autoanalisi.

Lo Specchio

Riassumiamo brevemente lo svolgersi della pratica. Si inizia stilando una lista dettagliata dei propri difetti, senza escludere nulla e badando a non assumere che quelli che gli altri considerano i nostri difetti lo siano effettivamente; l’importante in questa fase è vedere con chiarezza in noi stessi. Cosa rara per l’IIH, Bardon consiglia di effettuare il lavoro in una o due settimane al massimo, onde evitare di indulgere in sensi di colpa eccessivi: lo scopo di questa fase non consiste nell’autocommiserazione, ma nel migliorare se stessi. Egli suggerisce anche di raggiungere il numero di cento o più difetti; di primo acchito può sembrare un’esagerazione, ma a tutti gli effetti si tratta di un lavoro a grana fine, onde evitare eccessive semplificazioni e analisi di superficie; insomma si deve andare sino in fondo.

Nella seconda fase si assegnano i difetti ai quattro Elementi, riservando un’ulteriore categoria (Altro) per le associazioni che presentano qualche dubbio. Questa fase presenta effettivamente delle difficoltà di esecuzione, per tutta una serie di motivi. Quando ci confrontiamo con gli Elementi tendiamo a elaborarne il significato sulla base della nostra esperienza concreta, cioè a considerarli come costituenti della materia; ma gli Elementi della disciplina ermetica non corrispondono solo a questa visione parziale, come vedremo in un paragrafo successivo. L’attribuzione dei difetti ai singoli Elementi è anche complicata dal fatto che uno o più tratti caratteriali, specie se ritenuti dominanti, si possono scomporre e dare origine a sotto-tratti ciascuno dei quali andrà assegnato a uno o più Elementi; per dare un esempio la dipendenza dal tabacco può nascere per una insicurezza assegnata all’Elemento Aria, ma anche da una tendenza all’emulazione associata all’Acqua, e avere le sue radici profonde in disposizioni autodistruttive date dall’Elemento Fuoco e così via (questo è solo un esempio, ciascun individuo ha le sue attribuzioni specifiche). Inoltre una lista generalizzata dei difetti assegnati agli Elementi è raramente esaustiva: possiamo avere un’aggressività di Terra, scatenata dalla tendenza al possesso, e un’aggressività di Fuoco, data da un controllo difettoso dell’energia vitale. Fatte queste considerazioni si comprende perché Bardon abbia preferito non entrare troppo nei dettagli per quanto riguarda l’attribuzione dei difetti, lasciando allo studente il compito di lavorare pazientemente sugli stessi. Anche qui il tempo concesso per lo svolgimento del lavoro è di una o due settimane. Se questo, dal punto di vista dell’ordinamento dell’attività svolta, può sembrare un impegno difficile, non dimentichiamo che il compito non si esaurisce qui; una volta sistematizzate le attribuzioni dei difetti inizia un lungo e paziente lavoro di meditazione nell’arco dei mesi (e degli anni) che porta a ritrovare l’equilibrio Elementare del nostro insieme psicosomatico.

La terza ed ultima fase nell’attribuzione dei difetti porta alla tripartizione degli stessi in base al loro peso o importanza, relativamente a noi stessi. Questo lavoro è essenziale per capire su quali aspetti del proprio essere agire, se cominciare dai nodi psichici di maggiore impatto sulla personalità o da fattori secondari più facilmente risolvibili per poi passare ai blocchi più resistenti; Bardon lascia libertà di scelta, in base alle attitudini o alle preferenze. Nell’IIH sono citati tre metodi per la risoluzione dei conflitti interiori causati dal disordine Elementare: autosuggestione, applicazione della forza di volontà e trasmutazione delle passioni nelle qualità opposte attraverso la meditazione e l’introspezione. Essi non sono mutuamente esclusivi, tant’è che è consigliabile utilizzarli tutti, con l’accento posto su quel metodo che più si avvicina alle proprie caratteristiche temperamentali. Dei tre il metodo meditativo è probabilmente il più indicato per un’azione efficace sulle proprie debolezze, perché attraverso l’individuazione delle cause che sono all’origine degli aspetti irrisolti della personalità, l’azione volitiva e l’autosuggestione risultano molto più adeguate.

Gli Elementi

La filosofia degli Elementi è spesso mal compresa, perché si dà la percezione che la modalità di manifestazione degli Elementi si esaurisca nella loro fenomenologia, nella relazione tra gli stessi e i loro analoghi fisici; è indiscutibile che tale relazione esista, ma essa non esplora il vasto significato simbolico che sottende il fenomeno. Bardon su questo non è molto d’aiuto, perché nelle sue opere la sezione teorica è ridotta al minimo, sempre subordinata al lavoro pratico, e la trattazione sugli Elementi non fa eccezione. Questo si spiega col fatto che, in concomitanza con gli esercizi del corso, si sviluppano quelle doti di intuito e di ispirazione che preludono a una conoscenza diretta – priva di intermediazioni intellettive – dei fenomeni. Ma finché non si giunge a tanto, la letteratura sull’argomento è fonte di stimolo, di meditazione, di aiuto negli aspetti della pratica che suscitano dei dubbi.

Nella parte teorica dell’IIH Bardon prende spunto dalla suddivisione degli Elementi secondo la dottrina induista dei tattva. Essi sono gli elementi sottili fondamentali, interni ed esterni, che costituiscono l’essenza delle successive forme materiali e grossolane, le fasi o categorie della realtà. Il significato del  termine è ‘ciò che è, principio, realtà’, ma nella sua accezione al plurale – i tattva, i principi – essi rappresentano le modalità di discesa dell’Assoluto nella manifestazione formale. Le varie scuole induiste elencano un numero variabile di tattva, ma quelli che a noi interessano sono gli ultimi dieci. Il primo gruppo di cinque fa riferimento agli Elementi come tanmāta, ‘potenziale’ o ‘essenza’; essi sono i principi o cause primordiali all’origine della manifestazione fisica degli Elementi:

  • L’origine dell’Elemento Etere è il tanmātṛa chiamato Śábda, l’essenza non manifesta del suono, lo spazio da cui emerge la vibrazione prima che prenda la forma di suono. L’organo di senso associato è l’orecchio, l’organo di azione la voce (bocca).
  • L’origine dell’Elemento Aria è il tanmātṛa chiamato Sparśa, l’essenza del tatto, il potenziale tattile espresso nella sua forma più sottile. La pelle (attraverso cui si riceve il tocco) è l’organo di senso associato, mentre l’organo di azione sono le mani (che toccano il mondo).
  • L’origine dell’Elemento Fuoco è il tanmātṛa chiamato Rūpa, l’essenza della visione. Rūpa significa ‘forma’ o ‘colore’. Nella sua essenza non manifesta contiene il potenziale della luce che consente la percezione visiva delle forme. L’organo di senso associato sono gli occhi.
  • L’origine dell’Elemento Acqua è il tanmātṛa chiamato Rasa, il principio causale dell’esperienza del gusto, l’energia che fornisce il potenziale per tale esperienza, pur non essendo il gusto stesso. Il termine ha assunto una connotazione estesa nella poesia e nella drammaturgia indiane come assaporamento attraverso l’estetica che porta all’esperienza trascendente. L’organo di senso associato è la lingua.
  • L’origine dell’Elemento Terra è il tanmātṛa chiamato Gandha, la causa primordiale dell’esperienza dell’odore. È il potenziale che si manifesta nell’Elemento Terra. Esso poi predispone il corpo sottile all’esperienza dell’odore, nonché le strutture attraverso cui l’odore può essere sperimentato nel corpo fisico. Il gandha non è l’odore, ma l’odore dipende da esso. L’organo di senso associato è il naso.

Bibliografia

  • Franz Bardon – Initiation into Hermetics – Wuppertal 1971

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