Le operazioni della tradizione alchemica come viatico alla trascendenza

Johann Rudolf Glauber (1604-1670) – Un alchimista alla fornace, con i diagrammi delle sue apparecchiature.

L’Alchimia è una scienza spirituale che fa uso soprattutto di simbolismi metallici e metallurgici per rappresentare le fasi di trasmutazione che portano l’iniziato alla reintegrazione di essenza e sostanza, che nel gergo dell’Ars Regia è detta essere la fabbricazione dell’Oro.

Le fasi della Grande Opera

Per giungere a tanto il praticante dell’Arte necessita di uno sforzo che potremmo definire sovrumano, e che consiste inizialmente nel separare la parte aerea (il Mercurio, l’anima) da quella materiale (Saturno, il piombo, il corpo), al fine di emancipare gli elementi sottili dagli effetti dell’organismo animale. A seguito di tale procedimento subentra la morte iniziatica, la nigredo o Opera al Nero.

L’Opera al Nero

Mortificatio, nigredo, putrefactio. Sole e Luna vinti dalla morte dopo la conjunctio – Mylias, Philosophia Reformata, 1622.

Qui la coscienza, svincolata dal supporto degli oggetti della percezione, sprofonda senza più sostegni verso il buio assoluto, la tomba di Saturno, dove il terrore di perdersi e di non più ritrovarsi è reale. Si tratta di uno stato simile a quello del sonno profondo, con la differenza che in questo caso la finalità dell’operazione è di mantenersi vigili, di partecipare attivamente alla dissociazione dell’anima dal corpo, sino a quella che viene definita la putrefazione della materia.

Il pericolo in questa fase è che il distacco non avvenga in modo completo a causa di reazioni abnormi dell’ego a salvaguardia della propria integrità; i composti psicosomatici, ormai separati, si ritroverebbero senza più una guida che associ le loro energie agli organi corrispondenti.

Un altro pericolo, ma di segno opposto, consiste nel lasciar sfuggire la parte spirituale raggiunta con la separazione, di rimanere ‘abbagliati’ a tal punto dal fulgore trascendente da ‘dimenticarsi’ del corpo, con conseguenze tutt’altro che piacevoli. Per tale motivo i testi alchemici raccomandano di compiere l’operazione con un fuoco dolce, in modo equilibrato, in un vaso chiuso – l’atanor – che produce un calore uniforme e costante e che impedisce all’essenza aerea di abbandonare il composto. Perché la finalità di questa parte dell’opera consiste sì nel separare, ma allo scopo di ricongiungere, di preparare il terreno, una volta purificati i composti, all’unione del maschile e del femminile, alla formazione dell’Androgine ermetico, operazione che dà inizio all’albedo o Opera al Bianco.

L’Opera al Bianco

Rosa Alba – Manoscritto illustrato del sec. XVII della collezione Capucins de la rue Saint-Honoré – folio 25

A questo stadio il principio Io è in grado di far fronte agli annebbiamenti prodotti dalla pesantezza della materia, e il sonno diventa una veglia perenne: è il Sole di mezzanotte, la lucidità che subentra quando i sensi tacciono durante il riposo notturno, la capacità di mantenere lo stato cosciente durante il sonno profondo, a testimoniare l’avvenuta separazione tra il composto fisico e quello animico.

L’Opera al Bianco si conclude con il processo di fissazione, opposto al processo precedente di separazione: la parte aerea torna a ricongiungersi al corpo, vivificandolo e dotandolo di una luce interiore. È quello che gli alchimisti chiamano Pietra Bianca, la rappresentazione simbolica di un corpo che è stato spiritualizzato e di uno spirito che si è corporificato; la risultante è una coscienza che

diviene pienamente consapevole delle energie vitali che muovono la forma, della quale l’ego non desto ne fa esclusivamente la base del proprio senso di sé. Il processo di solve et coagula è così completato. L’iniziato consegue l’immortalità della coscienza pure al sopravvenire della morte fisica, perché libero già in vita dai condizionamenti corporei ne conserva la continuità anche in altri stati di esistenza.

Anche questa fase tuttavia non è scevra di pericoli. La lotta tra le due nature, in presenza di composti non pienamente integrati, impedisce il formarsi di un vero equilibrio, in mancanza del quale il veicolo corporeo tende a rafforzare i suoi legami; la risultante sarà uno stato corporeo sentito come una prigione, o al contrario una corporeità menomata dalla sua incapacità di sopportarne la trasfigurazione.

L’Opera al Rosso

Solomon Trismosin (XV sec.-XVI sec.) – Splendor Solis.

L’apparenza può trarre in inganno e far pensare che con la fase precedente si sia giunti al culmine dell’esperienza trascendente. Ma gli alchimisti mettono in guardia dall’arrestarsi allo stadio del Bianco, perché la perfezione non è completa. L’iniziato è giunto a controllare il principio vitale che sottende alle funzioni psicofisiche; ma ancora rimane da conquistare l’ultima sincope dello spirito, la condizione che sottostà alle manifestazioni formali e all’impulso vitale: è lo stato minerale, la quintessenza dello spirituale su piano della materia, il fondamento di tutta la manifestazione.

Nel minerale infatti giace il principio di ogni individuazione, ma non l’individuazione stessa, che a questo livello deve essere ridestata in tutta la sua purezza diventando per così dire indipendente dal supporto.

Dopo aver sperimentato il vuoto che consegue alla separazione di anima e corpo ed essere passato attraverso il regime dell’Acqua che amalgama i composti, l’iniziato è ora pronto per incrementare il regime di Fuoco, sino a disseccare l’umidità residua e giungere così alla radice dell’essere. A questo stadio lo spirito e il corpo divengono una cosa sola, o meglio si ha il pieno riconoscimento della mineralità quale stato più denso dello spirito.

Chi ha realizzato l’Opera al Rosso non può essere considerato un individuo nel senso comune del termine; può apparire come tale, ma il suo essere trascende ormai il piano della forma, che diviene solo una delle sue manifestazioni. È questo l’Oro dei Filosofi, la rubedo che come un fuoco divorante brucia tutte le impurità, il solve et coagula finale che fissa e congiunge definitivamente le forze primordiali alla sua manifestazione come materia densa, il Re Rosso che, come simbolo imperiale, simboleggia il dominio della natura su se stessa.

Come in tutte le fasi dell’Opera, anche qui il pericolo è in agguato, in forma direttamente proporzionale alle potenze suscitate. Mostrare debolezza nei confronti della dissoluzione finale, perché i ‘metalli’ – le impurità psicofisiche – non sono stati adeguatamente preparati, significa essere ‘fulminati’ dalla rivelazione, posti di fronte all’indifferenziato senza che sia sorto come guida il principio del sé, in sostituzione del comune stato egoico legato alla forma. Se l’iniziato supera anche questi ultimi ostacoli, la Grande Opera è compiuta.


In queste brevi note abbiamo cercato di cogliere l’essenza dell’Arte Regia senza insistere sul simbolismo estremamente vario e complesso che contraddistingue le opere sull’argomento. In effetti la ragione di tali tortuosità consisteva nello ‘sviare’ i non degni da insegnamenti che non vanno presi alla leggera; quando non per portarli fuori strada e successivamente deriderli se diventavano ‘soffiatori di carbone’, ovvero dediti alla ricerca dell’oro attraverso mezzi empirici. Del resto questo mascheramento permane ancora oggi, quando si pensi che l’alchimia viene definita come precursore della chimica moderna; che possano sussistere dei prestiti è un fattore assolutamente secondario, perché essa è primariamente una Scienza Ermetica.

È pur vero che anche oggi esistono alchimisti che si servono dei metalli e delle sostanze reali per le loro ricerche. Ma bisogna saper distinguere tra coloro che utilizzano tali strumenti per il loro valore simbolico e chi ricerca effettivamente l’oro fisico attraverso mezzi empirici. La Grande Opera ha un valore ontologico, implica un cambiamento di stato, ed è allo stesso tempo una scienza pratica e non mistica; di conseguenza essa non esclude a priori che, a fronte dell’integrazione tra spirito e materia, non si possa ottenere anche la trasmutazione di sostanze metalliche, non certo per profitto ma a testimonianza dell’avvenuta realizzazione.

Come Scienza Tradizionale, l’alchimia condivide con altre dottrine e insegnamenti l’aspirazione alla ricerca del non-duale o unione tra visione immanente e trascendente, fatte salve le forme mutevoli che essa assume in base alle circostanze epocali e culturali. Ci piace ricordare a tal proposito una storia Zen sulle vicende dell’Uomo e del Bove [1]. È un racconto breve in forma poetica, scevro di tecnicismi, ma proprio per questo in grado di giungere direttamente al cuore del lettore. In esso si narra di un uomo che ha perso il suo bove; nel contesto iniziale della storia il bove rappresenta la forza vitale non ancora padroneggiata, in uno stato precedente all’albedo alchemica:

  1. Un uomo ha smarrito il suo bove e lo cerca disperatamente. In realtà il bove non si è mai perso, ma a causa delle illusioni generate dalla visione sensibile siamo stati sviati.
  2. L’uomo scorge le orme del bove. Grazie all’aiuto dello studio e dei testi, ora sappiamo che esiste una via che dal molteplice guida all’unità delle cose, ma siamo ancora confusi sul suo vero significato.
  3. Il bove viene avvistato. Ora ci appare finalmente l’origine delle cose, e possiamo confrontarci con esse in modo armonioso.
  4. Il bove è catturato. Gli istinti vitali sono controllati, ma le pressioni esterne ne rendono difficoltoso il controllo senza l’uso della frusta.
  5. Il bove è condotto al pascolo. Il mondo oggettivo non ci turba più, ma la catena dei pensieri continua senza fine, confondendoci. È necessario tenere ben stretta la corda che lega la bestia.
  6. Si torna a casa a cavallo del bove. Terminata la lotta, le cose del mondo perdono il loro potere di persuasione. Si va tranquillamente senza curarsi di guadagno e perdita.
  7. Il bove è scomparso e l’uomo rimane solo. Il bove non c’è più perché è soltanto un simbolo generato dalla mente dialettica. L’oro è separato dalle impurità, la luce risplende.
  8. Né l’uomo né il bove sono visibili. Cessato il dualismo tutto scompare, anche l’idea stessa di dualismo. Il cielo è vuoto e sereno, l’inganno della santità non ha più presa.
  9. L’uomo risale la sorgente. L’uomo è puro sin dall’inizio, e osserva con calma l’inizio e la fine delle cose senza immedesimarsi nelle trasformazioni. La disciplina non è più necessaria.
  10. L’uomo ritorna in città. Scalzo e a petto nudo, va e viene senza lasciare tracce, frequentando macellai e bevitori. Lui e gli altri sono tutti trasformati in Buddha.

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