Il Mito è il gioco dell’immaginazione creatrice che dà luce al divino nell’umano

René Antoine Houasse (1645-1710) – La disputa tra Minerva e Nettuno sul nome da assegnare ad Atene – Musée National des châteaux de Versailles et Trianon

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Il tema delle attribuzioni mitologiche planetarie è da sempre considerato un elemento essenziale per la comprensione dell’intimo significato che il pianeta stesso esprime nell’ambito della costellazione individuale. Tuttavia il dato è spesso preso tout court, senza alcuna indicazione del perché lo si utilizzi e in mancanza di una qualunque informazione che ci illumini su ciò che lega le vicende olimpie al corteggio dei pianeti.

Lo studio della mitologia non può esimersi dal prendere in considerazione l’etimo del vocabolo stesso, il μϑος, narrazione o parola tramandata oralmente che racconta, secondo Platone, sì un’approssimazione della realtà, ma fatta per necessità, per rendere in modo poetico e anche figurativo ed estetico ciò che trascende le possibilità della visione mortale. Non possiamo certo soffermarci sulle derivazioni e sui prestiti storici verso cui la mitologia greca è debitrice – si pensi all’origine indoeuropea di molte radici linguistiche – ma quello che preme osservare è che una cultura che si fregi del titolo di ‘tradizionale’ ha da sempre sviluppato una serie di affabulazioni, di concerto con il suo specifico modo di esprimersi, che tutte rimandano al tentativo di rendere disponibili ai più quei concetti che oltrepassano l’esperienza immanente; la mitologia greca non fa eccezione, e per evidenti ragioni storico-geografiche è quella che si è affacciata in modo preminente all’orizzonte del pensiero occidentale.

Una concezione dell’astrologia che rimane vincolata al tentativo di dimostrarne la veridicità scientifica – nel senso ‘moderno’ del termine – non fa molta strada verso la soluzione del nostro quesito, poiché essa parte dal presupposto di una separazione tra l’osservatore e il fenomeno, rendendo oggettivo un dato che è invece parte integrante di un processo unitario, uni-verso. L’astrologia si basa infatti sulla pura intuizione di una realtà in cui la visione tangibile – nella fattispecie la sfera celeste come si presenta dall’osservatorio terra – e la percezione soggettiva unita ai processi mentali, concorrono nel costruire le fondamenta della nostra esperienza del reale; diventa allora possibile affermare che il cielo (ciò che sta in alto) non è altro che la nostra organizzazione interiore (ciò che sta in basso) resa esteriormente perché noi viviamo in un ambito dualistico. Questo non significa che non esiste una realtà, bensì che la consapevolezza dell’osservatore è parte integrante della realtà stessa.

Il cielo astrologico è fatto di ritmi e di rapporti tra i diversi attori planetari. Ed è proprio questa danza che, lungi dall’avere un significato a sé stante, diviene lo spettacolo su cui la nostra interiorità, sostenuta dall’immaginazione creatrice, tesse la trama delle avventure divine, gioca nel dare al mondo un significato fatto di relazioni che si incarnano nelle vicende olimpiche. Il mito, con la sua gamma di rappresentazioni superne che talora si adombrano di atteggiamenti ai nostri occhi amorali – quasi a coprire l’intero spettro dei potenziali umani – trova nell’astrologia un principio ordinatore che gli consente di esteriorizzarsi, di proiettarsi – e quindi di unirsi in essenza – ai contenuti della nostra coscienza. L’astrologia diviene così un segno, un simbolo, un mitologema – un racconto favoloso – che esplora la realtà non più in modo distinto e unilaterale, bensì come parte di una rappresentazione di cui noi siamo al contempo interpreti e artefici.

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